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Zeman: “Quello che chiedo sono applausi se vi è piaciuto lo spettacolo, fischi se vi siete annoiati”

24/10/2011 La Repubblica

Zeman: “Quello che chiedo sono applausi se vi è piaciuto lo spettacolo, fischi se vi siete annoiati”

di Emanuela Audisio

Bisogna passare tra i suoi silenzi. E nel suo schema preferito: pause lunghe e sigarette. Bella faccia, da film western: abbronzato, occhi azzurri, un po’ felino, un po’ sornione. Sorriso disincantato. Autoironico, non male nella terra di Flaiano. Uno che la fa corta, però la sa lunga. Il solo a dire che il calcio doveva uscire dalle farmacie e dagli uffici finanziari. Era il ’98. Fece scandalo lui, non lo scandalo. Un uomo di sport, in senso lato, di quelli che preferiscono il gioco al risultato, un allenatore di pallone, per molti un santone che predica ingenuità, per altri un alieno. Più attaccato alla verità che al gol. Per questo fatto fuori da un sistema calcio che non prevedeva onestà e decenza.

 

Era il reietto, quello che sputava nel piatto, bisognava emarginarlo, boicottarlo, condannarlo all’esilio, anzi all’inferno. Lui però dice:

«Io sono normale, sono gli altri a essere anormali. Sono stato fuori per scelte altrui, non mie. Io non ho mai rovinato le società e non sono mai stato sotto inchiesta».

Zdenek Zeman ritorna sotto i riflettori. È sempre più celebrato, ha discepoli ovunque, è venerato come quei professori che se ne stanno in posti defilati a fare lezioni grandissime, specialità miracoli, non importa se allena il Pescara in serie B. Lui in panchina non si dimena, non esulta al gol. La sua è stata definita: «l’entusiasta staticità di un’iguana».

 

Zemaniano è diventato un aggettivo: significa essere zen, andare avanti per la propria strada, credere nella bellezza di un’azione non nella certezza di un risultato (che però spesso arriva, ma dopo).

Ora esce per minimum fax Il ritorno di Zeman, un ritratto- diario di Giuseppe Sansonna, libro più due dvd (Zemanlandia e Due o tre cose che so di lui, 18,90 euro). Vanno in tanti da lui, a cercare una frase, un pensiero trasgressivo, un qualcosa che non sia melassa, formuletta da dire in tv. Se lo dice Zeman significa che è una cosa scomoda, estranea al compromesso, e forse anche alla mentalità italiana.

Infatti Zdenek è boemo, nato a Praga, allora Cecoslovacchia, suo padre Karel era un primario dell’ospedale, la madre Kvetuscia casalinga.

«Papà voleva che anch’io diventassi medico, ma a me piaceva lo sport. Quando mi sono iscritto all’università non mi hanno preso perché a medicina c’era il numero chiuso, e per dieci mesi ho lavorato in una fabbrica farmaceutica, chiesi il turno di notte, così di mattina potevo allenarmi. Non era un lavoro difficile, più che altro c’era da controllare temperature e macchinari, però in quel periodo ho dormito poco e mi sono stancato molto. Il mio soprannome in squadra era “Pistone” perché in campo mi muovevo molto. E in campo portavo sempre due palloni, perché c’erano ragazzi che non ne avevano. Eravamo amici di Zatopek, ma vederlo nella divisa dell’esercito, faceva effetto».

 

Quando a Praga nel ’68 entrano i carri armati russi, Zeman è in Sicilia, ospite con la sorella di suo zio, Vycpalek.

«Avevo vent’anni, leggevo Kundera, amavo il cielo senza nuvole di Palermo».

 

Nel ’69 c’è il rogo di Jan Palach, niente più Primavera, basta con Dubcek.

«Ricordo tutto. Palach doveva essere il primo di una serie, il popolo soffriva, bisognava far vedere che non tutti accettavano quell’invasione amica. Ma purtroppo passò anche l’idea che un matto si era dato fuoco. Anche se io non credo che morire per un’idea valga mai la pena».

 

Dal ’69 al ’75 Zeman si ferma a Palermo.

«Il sud mi piace, i vicini si fanno sentire, mi invitavano spesso a pranzo: vuole favorire? Uscivo di casa la mattina, tornavo di notte. Ho preso il diploma Isef, seguito molti sport: nuoto, pallavolo, calcio, pallamano. Per i ragazzi che venivano a giocare al campo, nella società di quartiere accanto alla Favorita, era motivo di aggregazione. Nella pratica quotidiana facevo da padre, mi riconoscevano autorità, gli stessi genitori mi pregavano di passare messaggi ai figli».

Dal Carini passa a fare il preparatore atletico al Bacigalupo, la squadra palermitana dei fratelli Dell’Utri, dove c’è anche il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso e il senatore Vizzini.

«In Sicilia non ho mai incontrato comportamenti mafiosi, non dico che la mafia non esiste, ma la mia esperienza diretta non la contempla, forse sapevano che io venivo da fuori e non ci provavano».

È vera la storiella raccontata dal dottor Gino Governanti, il farmacista e presidente di Carini, che sostiene che per farla correre le dava due pasticche di Villescon e come ingaggio duemila lire per la benzina?

«È un ricordo un po’ romanzato, è vero che ci dava delle pilloline a me e a mio cugino e noi le buttavamo nel canaletto».

E oggi i calciatori come sono?

«Troppo immersi nell’elettronica e in Internet. Io non posso proibire Facebook, però posso provare a dire che stare da soli davanti a un video non va bene, è un mondo troppo chiuso, non è quella la vera vita. Non può contare più l’ingaggio che il collettivo. I ragazzi di oggi non sono cattivi, ma molto individualisti, non guardano attorno e nemmeno all’altro. E attorno c’è una crisi che si può toccare: prima mezza città andava a Cortina, ora è piena di negozi falliti».

 

Tecnici stranieri come Ferguson, Wenger, Hiddink in Italia non hanno mai allenato. Solo un caso?

«Si vede che ai nostri presidenti non piacciono. Vogliono investimenti a brevissimo termine. E vista dall’altra parte l’Italia è rischiosa. In tribunale durante il processo per Calciopoli un avvocato mi ha rinfacciato di non aver vinto nulla. Mi sono meravigliato: che c’entrava? Era un modo per diffidarmi, per dirmi: stai zitto tu, perdente e invidioso del successo degli altri. Non contava la verità di quello che dicevo, la denuncia del malaffare, di un sistema corrotto, ma il mio curriculum di allenatore. Avrei potuto rispondere: state zitti voi che avete solo rubato. Ma non l’ho fatto, non sono così».

Ecco, appunto, com’è Zeman, dopo quarant’anni di vita italiana e una cittadinanza ottenuta nel ’75.

«Mi piace stare con i giovani, anche se a sessantaquattro anni mi sento invecchiato, lo accetto, ma l’età mi disturba. Non leggo più, guardo sport in tv, ho un ginocchio che mi fa male, per cui ho iniziato a giocare a golf. Vorrei ricominciare, e farei le stesse cose. Ho lo stesso sogno: vivere nello sport e di sport. Firmo sempre un contratto annuale per lasciare liberi entrambi a fine stagione. Mi emoziona una bella combinazione, un gesto tecnico perfetto, in allenamento alcuni giorni fa siamo riusciti a farlo. E preferisco centravanti piccoli, sono più agili, si muovono meglio. Chiedo applausi se vi è piaciuto lo spettacolo, fischi se vi siete annoiati. Quando ero al Foggia nel ’94 sono andato a prendere il presidente, Pasquale Casillo, che usciva dal carcere di Poggioreale, e poi spesso sono andato a trovare lui e il fratello, agli arresti domiciliari. Cerco di capire chi è in difficoltà, chi ha problemi, gli ero anche riconoscente di avermi scelto».

Di Zeman si dice: uno che vince le partite perse e perde quelle vinte.

«Si vince e si perde, succede a tutti. Ma a me succede più che agli altri. Si può fare gol e si può subirlo, mi piace provarci, cercare un disegno, certe verticalizzazioni le ho prese dall’hockey. Bisogna insegnare qualcosa ai giocatori, migliorarli, non solo occuparsi del risultato. La cultura sportiva si insegna così. Si chiama gioco perché non sai come va a finire, se lo sai prima vuol dire che non lo è. Mi affido ai giovani, nel Pescara ho fatto esordire dei ’91, ’92, ’93, non amo la confusione, preferisco le squadre organizzate che sanno quello che fanno».

Zeman è stato il primo a far vedere il futuro a Totti.

«No, il futuro ce l’aveva già dentro. Quando l’ho allenato era un ragazzo che aveva voglia di trasgredire perché aveva compagni di squadra più grandi. Gli ho solo detto che se faceva meno stupidate poteva arrivare in alto e restarci».

È anche stato il primo a far vedere che un certo calcio non aveva più futuro.

«Quello lo vedevano tutti, ma sono stati zitti, forse non volevano spaventarsi: come si fa a spendere più di quanto incassi? Le società di calcio sono gestite male, fanno acquisti che non possono permettersi e alla fine qualcuno pagherà. Ho dichiarato che il calcio è un malato di cancro curato con aspirine e resto della stessa idea. Non è che io sono avanti, è che gli altri spesso si mettono una benda sugli occhi e sulla bocca. L’ho detto: io alla fine sono ancora nel calcio, Moggi, no. Anche se devo rettificare: sarebbe squalificato, ma proprio fuori non è».

Quando Wojtyla morì, Zeman si fece, come tutti, sei ore di coda in piazza a San Pietro.

«Sono cattolico, rimasi colpito, ma ci andai per un altro motivo. L’avevo conosciuto in udienza, quando ancora stava bene e sciava, non era come gli altri, emanava qualcosa di forte e di speciale, energia, sentimento».

Chissà, forse intima simpatia tra chi allenava anime e chi allena spiriti.