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Da "So Foot" del mese di settembre 2010

(mensile francese di informazione calcistica)

Ritorno al Futuro

a cura di Lucas Duvernet-Coppola e Stèphane Régy (Foggia e Valdaora)

Numero acquistato a Parigi da Enzo Follieri e tradotto da Stella Corigliano

 Il miglior allenatore del mondo esercita nella terza divisione italiana. A Foggia nel Sud Italia. Sedici anni dopo la sua epopea in Puglia, Zdenek Zeman è ritornato a poggiare le sue valigie e le sue sigarette nella città devastata del suo primo amore. Sempre con lo stesso programma: 433, attacco a tutto spiano e aforismi categorici: “Perdere non è mai un umiliazione” egli dice.

 

Incontro con l’ultimo utopista del calcio.

Dall’esterno si potrebbe pensare a un relitto. Un vecchio cinema di fronte alla stazione ferroviaria e abbandonato per diversi anni, con le sue finestre rotte e lampadine rotte.

All’interno c’è un vulcano.

Il 21 luglio 2010, il teatro Ariston fa il pienone. Ed anche di più. Quattromila persone per settecento posti a sedere. Vecchi e giovani, madri di famiglia e ultras. Anche commercianti che hanno chiuso i negozi prima dell'ora stabilita per la fretta dell’attesa.

Sul palco una cinquantina di tipi riuniti intorno a tre uomini, usurato dalla miniera (??), denti ingialliti e capelli biondi.

Nell’ordine: Don Pasquale Casillo, Peppino Pavone e Zdenek Zeman.

Il primo piange, il secondo sorride leggermente, il terzo balbetta. Caldo umido, flash crepitanti. Si passa il microfono all’allenatore ceco. Si alza “Grazie” – dice- E che sia qualsiasi cosa!

La folla esplode, il loggione rischia di crollare. Il cronista cerca di calmare la gioia. Invano. Dopo due settimane di indiscrezioni è ufficiale: Zeman è tornato a Foggia, in terza divisione. Là dove anni addietro, aveva fatto tremare un calcio italiano allora considerato come il migliore del mondo. Sedici anni che la città aspetta questo “questo cambia, perché di solito, non si parla di Foggia che per i crimini di mafia”, esclama Antonio.

I tifosi ci credono come non mai: “si ripartirà come sedici anni fa”.

 

Zeman? È un perdente”

Vent’anni più tardi, esattamente. Pasquale Casillo, imprenditore napoletano che aveva fatto fortuna nel grano, ricompra il Foggia. Si affida a Peppino Pavone, un ex giocatore del club diventato direttore sportivo. Il quale si affretta a far venire Zeman, un giovane tecnico ceco, trapiantato in Sicilia dopo la Primavera di Praga. Il resto è poi entrato nella storia del calcio sotto il nome di “Zemanlandia”.

Tra il 1989 e il 1994 la squadra pugliese, che non aveva mai compiuto nulla di evidenziabile, inanella promozioni e sfiora l’Europa. Il tutto proponendo un calcio rivoluzionario. Una pratica: l’intraprendenza, che porta Pavone ad acquistare per un pugno di lire dei giovani giocatori direttamente dai vivai e Zeman a far correre i suoi ragazzi nella terra battuta disgustosa della chiesa di San Ciro, adiacente lo stadio Zaccheria.

Un’immagine: Zeman immobile sulla sua pancnina, che fuma sigarette a catena.

Una formula: il 4-3-3, allora inedito nel paese del catenaccio.. E una professione di fede: mandare i suoi 11 apostoli a umiliare ogni domenica le più grandi star del mondo su tutti i campi d’Italia.

“Zeman non aveva che una sola parola in bocca: l’attacco. Gli attaccanti dovevano giocare altissimi, i difensori si piazzavano sulla linea mediana ed anche io, che ero il portiere, dovevo uscire costantemente a trenta metri dalla mia porta. Nessuno sapeva come giocavamo”, ricorda Franco Mancini, il vecchio portiere. All’epoca la sensazione è immensa “Juve o Milan? Va meglio il Foggia”, titola il Corriere dello Sport.

Arrigo Sacchi, allora selezionatore dell’Italia, chiede di assistere agli allenamenti di Zeman che prende il nome di “profeta”. “Era come andare all’Università del calcio” dice.

A Foggia, fin qui essenzialmente conosciuta per la sua produzione di pomodori e per il suoi crimini organizzati, succede la cosa divertente. Come la trasformazione di Beppe Signori, modesto attaccante di serie B, in miglior centravanti del paese. “Quando sono arrivato, la prima cosa che mi ha detto Zeman è stata “ciao Bomber”. Io non avevo segnato che 5 reti col Piacenza nella stagione precedente in seconda divisione , di cui 3 su rigore. Io gli risposi che aveva dovuto confondere giocatore…” ricorda.

Signore terminerà migliore marcatore di serie A a tre riprese gli anni successivi.

Cinque anni di miracoli, dunque, prima che la società e la città si spacchino quando l’Italia e il suo calcio passano alla modernità. Nell’aprile 1994, Don Casillo, che impiegava centinaia di persone a Foggia e cominciava a fare ombra a Silvio Berlusconi, è indagato dalla giustizia nel caso dell’operazione “Mani pulite”. Sospettato di legami con la camorra, è interdetto dal gestire le sue 60 imprese, compresa quella che controlla il club, Invesind spa.

In città le sue fabbriche chiudono immediatamente, senza che nessuno acquirente ci metta la punta del suo naso. Orfano della fiducia di Casillo e del fiuto di Pavone, Zeman trascinerà la sua milza alla Lazio e alla Roma, dove i suoi metodi non prendono.

Nel 1998 l’anziano profeta commette l’irreparabile: si mette contro il sistema italiano, denunciando “il calcio delle farmacie”, incluso il doping in corso alla Juve di Moggi e Lippi.

La sua carriera deraglia di colpo: Fenerbache, Napoli Salernitana, Avellino Brescia, Lecce, poi più niente. “Zeman? E’ un perdente” esclama un giorno alla televisione italiana Aldo Biscardi, il Thierrry Roland transalpino. In platea gli invitati acquiescenti. Inviati i titoli di coda.

Sono morto…”

Ma Zeman non è il genere di persona che si agita alle critiche. A vederlo oggi solo, faccia alle montagne sulla terrazza del suo albergo ai piedi delle Dolomiti, dove la sua nuova squadra di ragazzini prepara la stagione, si direbbe che l’allenatore ceco somigli come due gocce d’acqua a quello che è stato 16 anni prima: curvato, l’aria stanca e la sigaretta tra le labbra – a 63 anni continua a fumare tre pacchetti al giorno, “Ho letto che Luciano Moggi aveva distrutto la mia carriera, ma guardate: lui non è più là, e io lavoro sempre. Non vi racconterò tutta la storia di calciopoli, la conoscete già..” La verità è che Zdenek Zeman non ha mai dubitato del suo calcio. Anche dopo tutto questo tempo “Sedici anni fa, dicevano che ero avanti di vent’anni. Se conto bene, questo vuol dire che mi restano ancora quattro anni” sorride malinconicamente, prima di precisare che è “contento di vedere che il Barça, forse la migliore squadra attuale, pratica il calcio che lui ha inventato”. Il suo calcio? “Pochi concetti, ma concetti chiari” afferma con un filo di voce.

Il ceco, che chiamano anche “muto”, dall’altro lato delle Alpi, aspira la su Marlboro Light. Silenzio. Ancora un sospiro: “Il mio modulo, è sempre stato il 4-3-3. Non sono stato influenzato da nessuno. Si tratta semplicemente di una questione di geometrie. .E’ il miglior modo di occupare il campo., tutto qua. Con una difesa che applica il fuorigioco, gli attaccanti che pressano i loro difensori finchè non perdono palla, e molti movimenti.. Sapete, il calcio è un’esplosione di movimenti.”

Ma ancora? Zeman guarda le montagne, riaccende una sigaretta.

Sussurra: “I migliori dei migliori giocatori possono vedere la palla tre minuti nella partita. Ma gli altri 87 minuti non restano là a guadare. Devono liberarsi. Non nascono tutti con un senso innato della corsa. E’ sufficiente che loro imparino a correre, ecco..”

Salvo che l’imparare a coprire, con Zdenek Zeman è sicuro divertimento.

Nell’allenamento il Mister chiede ai suoi giocatori –portiere compreso - di fare i giri di campo “Farete 300 m in un minuto preciso. Se fate 59 secondi, è meglio. Se fate un minuto e 1 secondo, meno bene. Via…”

Quando i ragazzi hanno finito di correre, infilano gli ostacoli e saltano con la corda. Alla fine di due ore, sotto il tettuccio, ecco uscire dalla doccia i volti sparuti. Marco Sau, nuovo acquisto venuto dai vivai del Cagliari: “Sono morto. Non avevo mai lavorato così”. L’aneddoto fa sorridere gli anziani “Quando sono arrivato, quello che mi ha più scioccato è che ci ha chiesto di correre 8 volte i mille metri” ricorda Beppe Signori.

Roberto Rambaudi centravanti del “Foggia dei miracoli”, si ricorda che “ogni martedì, ci faceva salire e scendere i gradoni dello stadio fino allo spossamento".

"Meglio non chiedere spiegazioni a Zeman, non ne da. Quando i suoi giocatori si riscaldano per una partita amichevole, lui siede da solo con le sigarette su una panchina, col walkman alle orecchie “io vorrei ascoltare i risultati del gran premio di F1”, precisa.

“Non mi ha mai spiegato il mio ruolo. Ho dovuto capire da solo quello che voleva che io facessi. Altrimenti non avrei giocato” ricorda Franco Mancini, diventato l’allenatore dei portieri. “Perché perdere tempo a fare grandi discorsi? - Chiede l’allenatore - Se un giocatore non vuole fare quello che gli chiedo, può proporre altre cose. Se ha migliori soluzioni… si vedrà chi ha ragione. Ma fino a questo momento, mai nessuno è venuto a vedermi per dire “mister io penso che dovrei giocare nel 4-4-2”

Zdenek Zeman spegne la sua sigaretta nel posacenere, alza lo sguardo, fissa il suo interlocutore negli occhi

Il gesto di colui che sa.

Il calcio ha paura”

Altra cosa che non bisogna mai chiedere al tecnico ceco la certezza di ottenere dei risultati. “ Con Zeman si sa che i giocatori dovranno soffrire e che i tifosi dovranno innamorarsi. Ma non si sa se la sua squadra vincerà” assicura Rambaudi.

Alcuni esempi di ciò: nella stagione 1991-92 , nello spazio di un mese, il Foggia pareggia per 4-4 con l’Atalanta una partita che prima stava vincendo 4-1 a quindici minuti dalla fine, espugna Verona 5-0 dopo essersi fatto battere in casa 8-2 dal Milan..

“Gli obiettivi, questo mi interessa – sospira l’allenatore – perciò le mie squadre finiscono regolarmente col miglior attacco e la peggior difesa del loro campionato. Quando sono arrivato a Lecce mi è stato chiesto di giocare per difendere. E’ come dire che uno si gioca il titolo, questo non ha alcun senso. Quando sono arrivato in Italia nel 1968 ero scioccato per il calcio che ho visto. I giocatori prendevano il pallone per mandarlo il più lontano possibile. Quando io in Cecoslovacchia avevo imparato un calcio di combinazioni. Il calcio italiano ha paura, I presidenti hanno paura e trasmettono questa paura agli allenatori. Mourinho fa entrare un attaccante quando sta perdendo e un difensore quando sta vincendo. Se questo è calcio…”

Il “Boemo fumante” sarà colui che risolleverà il calcio dalla sua crisi di identità? Prima che lo ingaggiasse il Foggia il suo nome era circolato quest’estate sulla sponda Inter di Milano, dove si dice che Massimo Moratti, in uno slancio romantico, avrebbe ben visto l’utopista prendere il posto di Mourinho il pragmatico.

Ma evidentemente Zeman preferisce non mettere troppo i piedi nel calcio dei grandi “Io non gioco per i presidenti, che sono pronti a esibirsi dentro stadi vuoti se questo può far loro risparmiare qualche problema di sicurezza. Oggi il responsabile del merchandising è più importante dell’allenatore. Io non sono d’accordo con questo. Io so che è una posizione che mi ha procurato dei nemici, ma non m’importa. Io gioco per il pubblico che viene allo stadio. Per lo spettacolo. La sconfitta non è mai un’umiliazione. Mai”

Don Casillo e le rovine

Piuttosto che difendere un titolo in champions league, Zeman passerà dunque la sua stagione in legapro, la terza divisione italiana.. Senza che lui se ne faccia un problema. A Foggia il ceco è tornato senza discutere “Perché ritornare a Foggia? Perché me lo hanno proposto, ecco perché” taglia corto. Poi, dopo dieci lunghi secondi di riflessione “io preferisco non lavorare piuttosto che dover applicare le idee degli altri. Qui mi lasciano fare quello che voglio”

E per un motivo: in vent’anni, don Casillo il sanguigno e Zdenek Zeman il il placido hanno avuto il tempo di litigare e di riconciliarsi dozzine di volte. “Nel 1987 appresi che Zeman che stava con noi da qualche mese, era in un ristorante a Napoli per trattare col Parma. Fu il cameriere del ristorante, un mio uomo, che mi chiamò per avvertirmi.

Fu come sentirsi dire che vostra moglie vi tradisce. Fui obbligato a cacciare Zeman, ma io non avevo che un desiderio, quello di riprenderlo. Cosa che ho fatto un anno più tardi” racconta Casillo.

Oggi non ci sono chances, non c’è uno straccio bruciato di novità, che divida i due uomini. Libero dalle sue noie giudiziarie, Don Casillo – che preferisce ormai fasi chiamare “patron” – è filato a capo del Foggia.

Il suo primo colpo di telefono è stato per Zeman “quando l’ho chiamato per dirgli che stavo rilevando la società, mi ha detto “sì” immediatamente ed ha riattaccato – spiega il presidente – In nessun momento mi ha parlato di denaro. E’ molto semplice: lui è l’unico allenatore al mondo che non ha un contratto, anche se se ne fa uno breve per stare nella legalità”.

Prima che una società, Casillo, Pavone e Zeman sanno di avere nelle mani una città.

Dopo che le fabbriche di Casillo chiusero, Foggia si è lentamente infossata nella crisi economica. Pochi esempi, se non in nero, o destinati ad immigrati rumeni e africani pagati una miseria nella raccolta dei pomodori. Secondo le ultime notizie, lo stato italiano ha minacciato di mettere la città sotto tutela governativa. Di questa sorte che ha Foggia, l’unico messaggio di speranza si legge sui muri. Affissi su ogni angolo di strada, i manifesti della campagna abbonamenti della società si basa su due elementi: una frase “I sogni diventano realtà!” – e un’immagine – Zeman che guarda l’orizzonte. Tra proclami e mediocrità

“I ritorni di Zeman e Casillo a Foggia hanno creato l’unica effervescenza in città dopo anni. Le persone sono talmente disperate qui che confidano tutto nella società di calcio” dichiara Wladimir Luxuria, anziano deputato comunista (e transessuale) originario della città.

Segno che non tradisce, Valeria, la responsabile del negozio di sottoprodotti “fatti in casa” che si insedia all’entrata dello stadio Zaccheria, si è rimessa a cucire le magliette marchiate “Zeman 4-3-3”. che sono in cima alla gondola (??) e vanno via come il pane.

“Quando si vede una tale attesa, si dice a se stessi che non ci si può permettere di deludere la gente” afferma Casillo. Per la sua prima partita ufficiale della stagione, il 14 agosto, Foggia è andata a sfidare, in coppa Italia, un’altra città in rovine, L’Aquila. La squadra pugliese si è imposta per 2-1. Dopo la partita qualcuno ha teso il microfono a Zdenek Zeman. “Grazie”, ha mormorato il ceco.

E che sia qualsiasi cosa.....