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BENTORNATA ZEMANLANDIA

Numero di novembre 2010 del GUERIN SPORTIVO

BENTORNATA ZEMANLANDIA

di Giuseppe Della Morte

Zdenek Zeman è tornato. E non è cambiato. «Sognavo di allenare la Juventus» mette lì sorseggiando un caffè in un bar del centro di Foggia. La risposta è quella che ti spiazza.

Proprio lui che ha alzato il polverone mediatico sull'uso dei farmaci nella casa della Vecchia Signora.

Lui, l'anticonformista senza macchia e senza peli sulla lingua, avrebbe voluto sedersi sulla panca bianconera. «Mio zio era alla Juve e io ero affascinato da quella squadra». Lo zio si chiamava Cestmir Vycpàlek, due scudetti a Torino da allenatore a inizio anni Settanta.

 

Zeman è uomo che non ama vendere fumo, pur continuando ad accendere e spegnere sigarette.

Da un sogno all'altro. Da quello juventino rimasto una chimera, a quello di ricreare il "Foggia dei miracoli". Zeman è rientrato alla base, in quella piazza che gli ha permesso di far conoscere e apprezzare a tutti il suo calcio d'attacco, quello del quattrotretre.

ZEMANLANDIA1

Zemanlandia è diventata un film-documentario in cui il regista Giuseppe Sansonna ha messo dentro calcio e passione, ma anche gli spigoli di personalità particolari. Quelle dei protagonisti di una vicenda che è doveroso raccontare.

Estate 1989. Per il focoso presidente Pasquale Casillo, l'allenatore boemo è il perno cui affidarsi per il lancio in grande stile del suo Foggia. È una folgorazione, si incrociano due caratteri che solo apparentemente paiono opposti. I duetti quasi somigliano a quelli fra Totò e Peppino.

La coppia funziona, insieme ad altre due figure fondamentali: il direttore sportivo Peppino Pavone, profondo conoscitore di talenti in erba, magari da scovare nelle categorie inferiori con pochi spiccioli a disposizione, e il team manager Franco Altamura, una sorta di scudo protettivo della triade in salsa rossonera. «Più che triade, siamo un gruppo di lavoro cui piace il calcio e che ha in mente di riproporre quanto di buono fatto in passato» racconta Zeman, mentre un ragazzo gli chiede di scattare una foto ricordo. Funziona quella squadra e porta ben presto ai risultati sperati.

Calcio propositivo, votato all'attacco, interpreti dalla velocità supersonica, gol a grappoli.

Questo il succo del primo Foggia champagne, che nel '90-91 stravince in Serie B e brinda alla promozione con un cocktail di emozioni e palloni in fondo al sacco. Il 5-1 alla Triestina è l'antipasto di quanto si vedrà di lì a poco in Serie A.

Debutto a San Siro contro l'Inter di Orrico, che predica il "nuovo calcio". Gli spettatori rimarranno incantati però da Zeman e dal gioco dei suoi. Ciccio Baiano segna e il Foggia passa, il baby-meteora Ciocci impatta. Per la prima davanti al proprio pubblico si va a Bari, campo neutro (lo Zaccheria si sta rifecendo il look), analogia con l'attuale stagione (due turni di squalifica allo stadio, manto erboso rovinato e da rifare per via di un concerto di Eros Ramazzotti)., c'è da ospitare la Juventus di Trapattoni, Baggio e Schillaci. E proprio il Totò Mundial a siglare il gol vincente, ma negli occhi di tutti resta la discussa direzione arbitrale di Lanese e lo spettacolo offerto dai "satanelli":

Mancini, Petrescu, Codispoti, Picasso, Matrecano, Consagra, Rambaudi, Shalimov, Baiano, Barone, Signori.

È’ un Foggia che ha mandato a memoria gli schemi dell'allenatore boemo.

Nasce qui, per tutti, Zemanlandia. Cos'è?

A spiegarlo è lo stesso tecnico: «È un progetto di calcio che dovrebbe far divertire la gente. È ciò che abbiamo intenzione di fare nuovamente a Foggia: avevo delle chiamate da club esteri, ma non mi è sembrato il caso. Mi ha convinto il gruppo, stesso presidente, stesso direttore sportivo, stesso team manager, stesso ambiente. Siamo persone che, con qualche capello bianco in più, vogliono fare calcio».

Torniamo a Zemanlandia.

Comprare il biglietto di una partita allo Zaccheria era in quei Novanta garanzia di divertimento.

Il progetto prosegue, ancor di più quando la società decide di vendere i pezzi pregiati e fare cassa, investendo su perfetti sconosciuti e giovani da svezzare.

Per il "Foggia dei miracoli" arriva un'altra salvezza senza affanni, grazie alla vocazione della squadra di realizzare sempre un gol in più degli altri.

Bresciani, Mandelli e Biagioni non fanno rimpiangere del tutto i Baiano, Signori e Rambaudi.

È il "sistema Zeman" a funzionare, pensano in molti.

Eppure, nella stagione '92-93 si soffre. La categoria è salva per il rotto della cuffia e i tifosi si fanno sentire. Un Foggia-Napoli (2-4) si gioca in extremis, nonostante ignoti, con un raid notturno, distruggano porte e zolle di campo. Zeman ha molte offerte ma resta in sella.

Mino Raiola (sì, proprio lui) gli regala l'aletta olandese Brian Roy, arrivano Stroppa e l'argentino Chamot.

È un buon Foggia che perde l'Uefa nel giorno in cui Senna si schianta a Imola, primo maggio 1994, Di Canio segna per il Napoli, lo stadio Zaccheria si spegne sull'errore del portiere Bacchin.

Zemanlandia, atto primo, si chiude così. Ma Zeman ha dato o ricevuto di più da Foggia?

Ecco la risposta: «Ci siamo dati a vicenda».

Molti di quei ragazzi si sono avvicinati alla panchina grazie ai suoi insegnamenti: Delio Rossi (era il tecnico della Primavera del Foggia e oggi è tra i più apprezzati in A), Matrecano (è al Foligno in un rocambolesco 4-4), Kolyvanov (selezionatore della Under 21 russa), Petrescu (allena il Kuban in Russia), Giovanni Bucaro (Primavera della Juventus), Biagioni (è stato all'Andria), Padalino (l'anno scorso alla Nocerina), Nuccio Barone (in attesa di chiamata dopo l'esperienza in Spagna con l'Ibiza), Rambaudi e Di Biagio (oggi impegnati come "talent" in tv), ma anche Giacomo Modica (era il regista delle giovanili del Palermo a inizio Anni 80), Eusebio Di Francesco (promosso in B col Pescara) e Signori solo per citarne alcuni:

«Spero di aver dato loro qualcosa. Se mi hanno superato? Molti hanno cominciato da poco e nessuno ha trecento panchina in Serie A come me».

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21 luglio 2010: Teatro Ariston di Foggia. Una folla di tifosi in festa accoglie il "maestro boemo". C'è chi immagina la nuova girandola di emozioni e gol, così come sta avvenendo, chi già si lancia con lo sguardo verso la B o addirittura la massima serie dalla quale Zeman manca dalla stagione 2004-05 (decimo posto alla guida del Lecce). «A noi tifosi non può che fare piacere il rientro di Casillo, Zeman e Pavone. È un ritorno al passato, un passato glorioso. Adesso c'è la speranza di lasciare la C e che il progetto ci possa portare nelle categorie più adatte al nostro blasone».

Sono parole di Domenico Cataneo, rappresentante dello storico gruppo di tifosi foggiani "Regime Rossonero". Fame di vittorie nella terra del Tavoliere, del resto l'ultima apparizione in Serie A è addirittura del 1994-95, con Catuzzi in panca. Da allora solo delusioni, l'incubo del fallimento, tanti presidenti succedutisi, molte scommesse, idee e programmi rimasti a metà.

Da quest'estate il flashback improvviso. Casillo riprende pieni poteri, Pavone torna a scovare pepite grezze su cui lavorare, Zeman in tuta a far sudare i giovani talenti, sempre sui gradoni dello stadio. «Non potrò più giocare a golf, uno sport che ti fa perdere molto tempo»

dice l'ex allenatore di Roma, Lazio, Palermo, Messina, Parma, Salernitana, Napoli, Avellino, Brescia, nonché, all'estero, di Fenerbahge e Stella Rossa.

Il nuovo progetto Foggia è diverso rispetto a quello precedente.

Giovani sì, ma quasi tutti in prestito. La presenza di Zeman e Pavone ha influito nella scelta di alcune società di A e B di piazzare i propri talenti.

Lavora sodo, Zeman. Tutto si svolge a due passi dal centro, nel piccolo campetto in sintetico di Ordona. Guarda, osserva, dirige i potenziali talenti, mentre in città si respira nuovamente voglia di calcio. Si è innescato il meccanismo della corsa ai botteghini per gli abbonamenti, l'attesa della domenica pomeriggio è palpabile. La scossa che ha dato Zeman all'ambiente ha provocato un primo grande risultato: i tifosi foggiani sono come bambini cui è stato restituito il giocattolo perso da

tempo. «Adesso spero che si possa arrivare dove il Foggia merita. È la squadra più giovane tra quelle professionistiche. Sono convinto che nel calcio, come negli altri sport, debba valere il discorso della meritocrazia. Purtroppo, in terza serie, ho assistito quest'estate a ripescaggi e doppi salti di categoria. È il nuovo calcio-business».

Una volta giocolieri, funamboli e acrobati avevano i nomi di Signori, Baiano, Rambaudi e Kolyvanov, oggi ci sono Sau, Insigne e Varga. «Mi auguro per loro che possano ripercorrere le orme degli altri. Hanno del talento, ma devono metterlo al servizio della squadra».Il Foggia ha iniziato il campionato di Prima Divisione mostrando subito il suo volto zemaniano. Tanti gol fatti, troppi quelli subiti. Come una volta. Perché lo 0-0 per Zeman è «un risultato che non mi piace. Significa che le due squadre fanno poca attività. Il calcio è spettacolo e il gol è la sua essenza».

LA COSCIENZA DI ZEMAN

"È una torrida sfida, ideologicamente proibita, agli schemi d'attacco, il palazzo risponde col tacco". Sono alcuni dei versi della "Coscienza di Zeman", la canzone che Antonello Venditti ha dedicato all'uomo di calcio che dice le cose che pensa.

Zeman ha spaccato il sistema, le sue dichiarazioni hanno avviato indagini, aperto processi, mentre gli altri se la ridevano e provavano a metterlo fuori.

"A mio parere, la grande popolarità che ha il calcio nel mondo non è dovuta alle farmacie o agli uffici finanziari, bensì al fatto che in ogni piazza in ogni angolo del mondo c'è un bambino che gioca e si diverte con un pallone tra i piedi".

È il pensiero con cui si apre l'homepage del sito del boemo (www.zeman.org).

Le sue denunce contro il calcio impasticcato e il doping finanziario hanno aperto una voragine. Zeman si apre e parla anche delle morti sospette a Firenze:

«Spero che il calcio adesso sia più pulito. Ma posso parlare solo per me. Se ho sentito qualcuno della Juve dopo il processo? No, non mi ha chiamato nessuno. Sui giocatori della Fiorentina degli anni Settanta, dico che si tratta di strane coincidenze, ma è difficile stabilire se siano stati i farmaci utilizzati».

La sua voce è lenta ma inconfondibile, inversamente proporzionale al pensiero e alla velocità di esecuzione delle giocate dei suoi in campo. Per Zeman non sembrano passati 16 anni dall'ultima apparizione sulla panca del Foggia. Ne ha sessantatrè di primavere, ma la memoria non gli fa difetto.

«I concetti principali li ho appresi da un allenatore ungherese: Kovacs. Mentre mi piace ricordare Maurizio Schillaci. Era il cugino di Totò, aveva tutto del grande calciatore, arrivò anche alla Lazio, poi si perse. Avrei scommesso a occhi chiusi su di lui».

E sulla trovata del patron della Triestina Fantinel di spettatori finti sugli spalti e sulla tessera del tifoso niente se e niente ma:

«Negli anni Novanta, una società della Serie A ceca, realtà di una città di appena 500 abitanti, fece dipingere un settore dello stadio perché tifosi non ce n'erano. A me piace lo stadio pieno con la gente vera. La tessera? Non so valutare, ma sicuramente non risolve il problema della violenza in Italia».

Andiamo oltre, in questo viaggio per Foggia. Si passa allo scudetto, al Milan del quartetto di fenomeni Ibra-Ronaldinho-Robinho-Pato, al calciatore del Duemila:

«Penso che lo scudetto andrà di nuovo all'Inter. Hanno la mentalità vincente e sanno anche soffrire, a differenza di altri. I quattro del Milan? Possono giocare insieme, ma il discorso è che bisogna trovare equilibri e che tutti accettino di giocare le fasi di difesa e attacco. I calciatori di oggi? Hanno molti interessi fuori dal campo e questo a volte li distrae. Quelli "antichi" facevano veramente solo calcio».

L'APPELLO DI CASILLO

All'interno dell'azienda di famiglia, per il cinquantenario dalla nascita del Gruppo, fece allestire un teatro in cui l'attore Gigi Proietti portò in scena una versione rivisitata di "Viva Don Chisciotte", il cavaliere della Mancia che andava in giro per la Spagna per difendere i deboli e riparare ai torti. "Don" Pasquale Casillo, napoletano di San Giuseppe Vesuviano, un tempo l'incontrastato Re del grano, è tornato alla carica nel nuovo calcio. Mentre parla, è reduce dall'avere appena firmato, in un acceso Consiglio comunale, la convenzione con l'amministrazione di Foggia per l'utilizzo dello stadio Zaccheria.

Armato di taglienti spiegazioni e con una voglia matta di riaprire la giostra del gol, Casillo protegge a spada tratta l'allenatore che tanto gli ha dato nei quattro anni in cui fu alle sue dipendenze:

«Chiedo ali' 1% dei giornalisti del Sistema di lasciare in pace Zeman, ha già pagato, ma diceva la verità».

Tornato proprietario del Foggia, Casillo si è messo all'opera dalla scorsa estate con il figlio Gennaro, e con Peppino Pavone.

È raggiante Casillo, ha sempre pronta la battuta, scherza con l'allenatore, con l'addetto stampa Lino Zagarelli. Si ferma a chiacchierare con il team manager Franco Altamura, poi si avvicina e torna al passato.

Riavvolgiamo il nastro, anche se la storia è nota. È il 21 aprile del 1994, Pasquale Casillo viene arrestato per associazione mafiosa, ma anche per truffa e peculato, accusato dai giudici di una frode all'Aima, l'Azienda di Stato per gli interventi nel mercato agricolo. Per questi reati scatta la prescrizione, ma per "Don Pasquale" rimaneva il 416 bis da cui è stato assolto dal Tribunale di Noia con formula piena nel febbraio del 2007.

Per l'imprenditore di San Giuseppe, in possesso di un impero di milioni e milioni di euro, una botta tremenda, un colpo alla sua storia, alla famiglia che dal 195 8 aveva conquistato le vette del mercato del grano. L'uscita dal calcio fu inevitabile. L'anno scorso un primo tentativo di rientro: Casillo si avvicina alla Cavese, come socio di minoranza, forse anche per la presenza nella città di Pavone (tra l'altro ex calciatore nei primi anni Ottanta degli aquilotti).

Ma l'idea era ricreare il Foggia, quel Foggia spettacolo degli anni Novanta. Matura definitivamente nel settembre del 2009, guardando il film di Sansonna. «Ho sempre creduto nel progetto-calcio con Zeman. Quando mi è successo quel disastro nel 1994, ho lasciato 52 miliardi dentro e il merito è anche del mister che aveva valorizzato i calciatori. Avevo promesso ai tifosi di non vendere nessuno e invece il 'giorno dopo feci il contrario. Rifacemmo la squadra con i giovani e poi mi successe tutto quello che sapete e si fermò la giostra. Perché sono tornato? Con Zeman non vinci gli scudetti, ma hai l'azienda sana e lui rende ricche le società. Quel Foggia aveva otto nazionali. Ce ne siamo andati dal calcio, ma io sono un patito, morirò stando nel calcio. Adesso? Dico che Zeman è stato punito dal sistema, ma nutro la speranza che il calcio si sia ripulito da quella vergogna e che non gliela facciano più pagare. Esempio? Ad Avellino, quando portai con me Zeman, sono successe cose gravi, ma non siamo stati chiamati da nessuno, eppure ho i documenti. Ci misero contro tifosi e giornalisti malgrado i buoni risultati. Andai in Federazione a ribellarmi. Ma aveva ragione Zeman, ancora oggi perseguitato da alcuni giornalisti banditi. Sono l'l% ma spesso comandano sull'altro 99%. Faccio un appello a questa gente: lasciatelo stare, non lo bloccate con i vecchi sistemi, lo dovete perdonare perché ha detto la verità, andrò da Macalli (presidente della Lega Pro, ndr) con mio figlio, andrò da Abete, è ora di finirla».

Casillo non si ferma, si sente uno dei pochi ad aver pagato in un mondo in cui vedeva tutto storto: «Sono successe delle cose gravi a Torino, ho documenti, non dico chiacchiere, se poi qualcuno vuole aggredirmi dopo questa intervista lo faccia».

In una città che sembra tutta dalla parte di Casillo e Zeman, c'è qualcuno che adombra l'ipotesi di un rientro di Casillo in funzione di una possibile nuova scalata ad Assindustria di Foggia, di cui era già presidente ai tempi della Serie A. Casillo smentisce. «Mando avanti 56 aziende e, dopo tutto quanto mi è successo negli ultimi anni, devo ringraziare solo il Signore di non essere andato al manicomio»