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Eppure vi dico che si gioca male

Rigore Anno I - n. 8 - marzo 2000

L'ex allenatore di Lazio e Roma giudica il campionato: squadre bloccate e poco propositive, all'estero si divertono di più
Eppure vi dico che si gioca male
Regna la paura, lo schema di moda è il 7-1-2 o addirittura l'8-2: solo gli uomini davanti fanno la differenza

di Zdenek Zeman

Ho lasciato il calcio italiano impegnato a discutere di rigori dati o negati; dopo tre mesi in Turchia sono tornato e l’impressione, guardandomi intorno, è che la situazione sia notevolmente peggiorata. L’ambiente è surriscaldato, teso. Tutti urlano e protestano, si parla sempre più di arbitri e poteri forti e sempre meno di calcio giocato, segno che i tempi sono cambiati: oggi tutto si misura coi soldi. Il calcio è diventato un’enorme fabbrica di denaro gestita secondo regole finanziarie, molto diverse da quelle sportive.

Gli investimenti e gli interessi sono tali che nessuno può più permettersi di perdere. Ogni mezzo così diventa lecito e ognuno si difende come può: conta vincere, non importa come. Fino a quando non si tornerà a ragionare in termini sportivi, ad accettare la sconfitta, a capire che si gioca in tanti ma uno solo vince, le polemiche continueranno a crescere perché ci sarà sempre un episodio a cui appellarsi. Quando scompare ogni autocritica e il gioco espresso è un optional, allora gli arbitri diventano degli ottimi parafulmini. (Anche io lo scorso anno mi lamentai. E’ vero: ma 20 episodi in 10 partite costituiscono la più lunga serie di casualità sfortunate della storia del calcio).
La sovrastruttura forse condiziona anche le squadre in campo perché non mi sembra si giochi particolarmente bene. Anzi a dirla tutta di gioco se ne vede proprio poco. Visto da fuori questo è un calcio che non mi piace: molto prudente e poco propositivo. Nonostante il grande valore dei club italiani, testimoniato dalla loro massiccia presenza nelle fasi finali delle competizioni europee, ho l’impressione che all’estero si divertano molto di più. E’ una questione di mentalità: le squadre sono bloccate, aspettano l’avversario e si affidano solo alle prodezze dei singoli. Tra quelle che ho visto, non ricordo partite molto belle, l’ultima è stata Milan-Inter nell’andata di Coppa Italia: ci sono stati tanti errori, ma almeno se la sono giocata apertamente. Ma era Coppa Italia, in campionato regna la paura. Lo schema di moda è il 7-1-2 o l’8-2. Tre o quattro difensori fissi; un centrocampo di quattro o cinque uomini solitamente bloccato, votato non tanto a creare, quanto a coprirsi, contrastare e impedire l’azione avversaria; un paio di uomini davanti, ai quali si chiede di fare la differenza. Il nodo è in mezzo: il timore di offrire spazi porta i centrocampisti a rimanere fermi e a non proporsi quasi mai per non creare la superiorità numerica. Il gioco scade ed è un peccato perché di centrocampisti bravi ce ne sono tanti, ma spesso per l’esigenza di "fare muro" non vengono utilizzati secondo le loro principali caratteristiche. In queste ammucchiate di centrocampo i ruoli si confondono e così sembra normale, anche se non lo è, vedere esterni che giocano da interni, trequartisti che fanno i centrali, uomini abili nella corsa rimanere fermi. La grande quantità di gol segnati ogni domenica è il paradossale e involontario risultato di questo atteggiamento prudente e difensivo. La guerra di posizioni in mezzo induce a saltare il centrocampo con lanci lunghi per pescare direttamente gli attaccanti che si trovano spesso in parità numerica contro i difensori. La costruzione tattica volta a ridurre gli spazi finisce così addirittura per crearli.
Il gol non arriva quasi mai attraverso trame di gioco, ma grazie al colpo del singolo: chi ha il campione in grado di risolvere la partita con una giocata, vince. E allora, diventano decisivi Vieri per l’Inter, Mihajlovic, micidiale nei lanci e calci piazzati per la Lazio, Montella per la Roma, Shevchenko per il Milan, Zidane per la Juve. Il francese segna poco, ma rispetto agli altri è l’unico da cui passa il gioco anche perché il precario stato di forma di alcuni suoi compagni in attacco rende inutili i lanci negli spazi e impone di servire loro la palla sui piedi. Nota di merito per Shevchenko, capace di segnare subito tanto pur avendo cambiato modo di giocare: nella Dinamo Kiev faceva coppia con Rebrov, attaccante rapido e veloce, con caratteristiche profondamente diverse rispetto a Bierhoff. L’ucraino sia da esterno che da centrale è bravissimo a sfruttare scatto e progressione. Ma tra gli attaccanti il mio preferito resta Montella, oggi secondo me il più forte e completo. L’ho sempre cercato, mi dispiace non essere riuscito ad allenarlo insieme a Totti.