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ZEMAN “a Lugano mi diverto. I nuovi Zeman? Karel e Di Francesco”

ZEMAN “a Lugano mi diverto. I nuovi Zeman? Karel e Di Francesco”

Zdenek Zeman, in vacanza a Roma, dopo la sosta del campionato svizzero, ospite di un Forum organizzato nella redazione del Corriere dello Sport. Pubblicata oggi sul Corriere dello sport l’intera intervista

A Lugano «c’è più organizzazione, più tranquillità e anche più pulizia. E’ diverso il calcio ed in una prospettiva è persino meglio. Mi diverto e penso di continuare finché avvertirò in me questo piacere»
«A Roma i calciatori fanno quello che vogliono, ne avevo sempre dodici sul lettino e due bloccati sul Raccordo Anulare». Lo hanno esonerato per aver chiesto il rispetto delle regole
I nuovi Zeman? Suo figlio Karel ed il suo allievo Di Francesco

19.12.2015 ore 18.00 dal Corriere dello Sport

L’INTERVISTA INTEGRALE A ZEMAN

di Antonio Giordano

Per cominciare, e quasi banalmente: le manca un po’ l’Italia, Zeman?
«No, anche perché a Lugano è come sentirsi in Italia, anche se c’è più organizzazione, più tranquillità e anche più pulizia. E’ diverso il calcio ed in una prospettiva è persino meglio: c’è meno tatticismo e la possibilità di misurarsi. Io alleno ciò che ho, non abbiamo grandi mezzi economici però ci industriamo e stiamo facendo il nostro percorso».

Avvertirà meno pressione, perlomeno da parte della stampa.
«Questo senz’altro, ma è un dettaglio. Io resto uomo di campo».

L’Italia è il suo passato o pensa possa esserci ancora qualche possibilità?
«Mi diverto e penso di continuare finché avvertirò in me questo piacere. Se mi sarà offerta la possibilità, ed esisteranno quelle che riterrò le condizioni giuste per esprimere ciò che so, non mi tirerò indietro».

Partiamo dalla sua ultima esperienza: a Cagliari cosa non andava?
«E’ stata colpa esclusivamente dei risultati: abbiamo fatto in fretta bene e però ci sono mancati i risultati. Poi c’era un retaggio del passato, uomini convinti di dover giocare nello stesso modo in cui per un decennio si erano salvati. Erano intanto cambiate le situazioni ed anche qualche calciatore non c’era più».

Visto dalla Svizzera, pensa come noi che il calcio italiano stia toccando il suo punto più basso?
«Probabilmente uno dei momenti più critici. C’è stata un’era in cui avevamo il meglio, venivano i calciatori più forti al mondo e producevano lo spettacolo. Oggi i più affermati sono in Germania, in Spagna e in Inghilterra, o anche in Francia. Abbiamo assistito a questa emorragia che ha varie ragioni: di natura economica, indiscutibilmente, essendoci in altri Paesi entrate maggiori; ma anche nell’impegno e nel lavoro siamo finiti indietro».

Faccia una sua classifica del calcio che maggiormente la attrae.
«Mi sembra che in Spagna ci sia un livello decisamente alto di tecnica ed un rigore tattico meno pronunciato rispetto a quello italiano. Ma la qualità della Bundesliga è elevatissima, persino superiore a quella della Premier. Chiudiamo noi».

Sta per tornare in panchina uno dei tecnici che ha sempre apprezzato di più: Hiddink.
«Le sue squadre mi hanno sempre divertito, ha tentato di arrivare ai risultati attraverso la manovra, ha avuto una sua idea sempre propositiva e poi quello che è riuscito a realizzare con i coreani è stato indubbiamente impressionante».

Sedotto anche, verrebbe da dire soprattutto, da Guardiola, per lei il numero uno in assoluto: ed è andato a seguirlo in una sua settimana tipo a Monaco.
«Avevo il sospetto che a Barcellona potesse vincere chiunque ed invece mi ha smentito, e splendidamente, con il Bayern. E’ stato capace di migliorare una squadra che aveva vinto praticamente tutto, l’ha resa persino più bella e l’ha trasformata, perché adesso c’è un gioco non è solo diverso da quello di Heynkes ma pure dal Barça di Pep. E’ la dimostrazione di chi sa offrire vari modi di attaccare: lui che da giocatore non era dinamico, ma gran palleggiatore, adesso esprime anche contenuti diversi, verticalizza, rimodella la squadra».

In Italia, dal punto di vista spettacolare, è il momento del Napoli di Sarri, che gode della sua simpatia.
«E’ una sorpresa relativa, però. Sa attrarre, gioca offensivo, ha materiale fortissimo in avanti, perché Callejon, Higuain, Insigne e Mertens soddisfano del tutto quello che sono le mie esigenze. E dunque guardarli dà soddisfazione. Ma c’è anche la Fiorentina che ha una sua forte identità, anche se mira più al possesso; e poi l’Inter, che ha un’anima tedesca o forse anglosassone, concede poco ma ottieni i risultati e sa come farlo attraverso il proprio senso pratico».

Con il Napoli di Sarri è tornato di moda anche il suo 4-3-3.
«Vent’anni fa si diceva che era un sistema di gioco superato però adesso m’accorgo che sono in tanti ancora ad apprezzarlo. C’è chi ci riesce bene, chi meno bene, chi non ci riesce. Intorno a questo modulo, si sono spesi chilometri di inchiostro, a proposito dell’equilibrio, parola della quale mi sfugge ancora il significato: chi vince 1-0 è più equilibrato di chi vince 5-4? Lo 0-0 annoia, in genere, chiunque, non solo me; meglio persino perdere 5-4, perlomeno contiene emozioni».

Gli stadi italiani sono sempre più vuoti e l’Olimpico, che con la sua Lazio o con la sua Roma era invece spesso pieno, ne è la raffigurazione. Tutta colpa della tv?
«Per niente, perché le televisioni su scala nazionale hanno preso il lancio proprio a quei tempi. Semmai va ricreato l’ambiente ideale intorno al calcio, attraverso figure dominanti o il gioco: mancano i campioni, potrebbero provvedere le squadre in campo. Se la gente sa di poter avere la possibilità di godersi un bel pomeriggio, non se ne sta a casa; altrimenti, è chiaro che preferisce rimanere in poltrona».

Sembra una critica, neppur troppo velata, agli allenatori: focalizzando l’attenzione sulla Roma, si può avanzare il sospetto che manchi una certa cultura del lavoro?
«Non sono in grado di rispondere, non ne sono a conoscenza. So però che i calciatori si sentono appagati, quasi rifiutano il miglioramento al quale si arriva attraverso l’allenamento. E’ una forma di appiattimento mentale. Quanto a Roma e a Lazio, hanno organici di spessore».

Riflessioni su Garcia: secondo lei è più allenatore o più assemblatore di uomini?
«Non posso valutare, ma vedere le ultime partite è stato triste. C’è qualcosa che non va e mi sembra sin troppo ovvio. Ho avuto modo di commentare la sfida con il Barcellona alla tv svizzera e non è stato semplice. Posso capire se si perde, anche male, giocando; ma senza averci provato. E comunque, ci fossi stato io, si sarebbe detto: le solite squadre di Zeman».

Il suo esonero venne catalogato in vari modi....
«Accadde tutto dopo un’intervista nella quale chiedevo, semplicemente, il rispetto delle regole, di un ordine che abbia la priorità all’interno di un sistema organizzato: non si può fare a meno di principi chiari e di norme, senza non c’è futuro. Il calcio è cambiato, adesso il ruolo dell’allenatore viene accostato a quello del gestore e tecnici e società sono succubi dei giocatori. Ma i casi sono ampi».

Alla Roma preferirono la squadra alle teorie di Zeman.
«Io ho l’abitudine a costruire e stavamo cercando di farlo anche in quel caso. A Roma i calciatori fanno quello che vogliono, ne avevo sempre dodici sul lettino e due bloccati sul Raccordo Anulare e non mi andava bene. C’è un senso della professionalità che va tutelato, sempre, ed io a questo miravo».

A Natale era a due punti dalla Champions.
«E dunque la distanza, nei dialoghi, non era rappresentata dai risultati: eravamo diversi, io e la società, nell’analizzare le vicende, nell’osservare le situazioni. Io privilegio la professionalità».

Queste licenze appartengono secondo lei anche al Barcellona e al Bayern, tanto per fare due esempi?
«Mi pare proprio di no. Semmai è concetto diffuso che l’orientamento dell’organizzazione interna è mutata: un club ha interesse a tenere elevato il valore del proprio calciatore e questo induce a subirne certi atteggiamenti. Prima si parlava di gruppo, adesso domina l’interesse individuale e poi ci sono squadre nelle quali trovi dieci stranieri ed un solo indigeno: diventa tutto più complicato, perché sono estrazioni diverse, culture lontane, hanno bisogno di ambientamento».

Tutto ciò alla Juventus non succede.
«Va detto che la Juventus gestisce i propri giocatori in modo diverso e chi non si adegua non fa strada. A me non piace l’uso della forza, però la modalità è quella giusta. Ai calciatori, parlando genericamente, manca il senso della responsabilità».

Le vengono mossi una serie di appunti...
«Ci sono due concetti: vincere a tutti i costi o vincere meritandolo sul campo, facendo meglio del tuo avversario. Io preferisco il secondo, tutto qua. Quando invece qualcuno ha voluto necessariamente sposare la prima tesi, sono state usate tante cose».

Lei ha scoperchiato il pentolone del doping, ha spinto il calcio a guardarsi dentro: è finita quell’era? «No, il doping c’è ancora. E vengono fuori, ogni tanto, nuove notizie: lo scandalo in Russia, ad esempio; o anche uno studio di alcuni americani, attraverso la rilettura di vecchi esami, che sottolinea l’esistenza del doping nel sedici per cento di atleti. Il sedici per cento è tanto....».

E’ una battaglia che perderemo?
«Va affrontata spargendo lezioni di cultura: vince chi è più bravo, non chi bara».

Il nuovo Zeman dov’è?
«Oltre all’allenatore dell’Abano Terme, mio Karel, al quale auguro di arrivare a San Siro, all’Olimpico, c’è Di Francesco che gioca come piace a me. Ed ha gli uomini giusti per farlo».

I sorteggi di Champions sono stati impietosi o ci sono speranze?
«Se si giocasse adesso, nessuna; poi vedremo a febbraio che succede, come ci arrivano. A gennaio, in Germania, c’è una lunga pausa: può far bene ma anche male».

Chi sono i più forti in Italia?
«L’Inter: ha giocatori che possa far male ed una sua mentalità mirata al risultato».

Intorno alla Roma circolano vari nomi, tra cui Lippi e Conte: non esistono, in panchina, le bandiere.
«Non venite a dirlo a me, che sono passato dalla Lazio alla Roma».

Ci sono allenatori, ex romanisti, come Francesco Rocca, che sono stati dimenticati perchè...
«Perchè si dice facciano lavorare troppo: alla Roma vige il concetto massimo risultato con il minimo sforzo».

Perchè Zeman viene considerato più romanista?
«Io ho amici da una parte e dall'altra, ho avuto soddisfazioni su un fronte e su quell'altro, i tifosi della Lazio firmarono, fecero petizioni per evitare l'esonero; quelli giallorossi sono caldi, passioanali: io ho avuto il piacere di vivere l'Olompico pieno e so cosa vuol dire».

Il miglior calcio zemaniano...?
«L'ha fatto il Licata, anche se so che adesso mi date del paradossale: ma giocavamo ad occhi chiusi, eravamo esagerati, gli avversari non passavano la metà campo per lunghi tratti delle partite. Però c'era un progetto dietro di anni ed anni».

Il miglior talento italiano è il suo Insigne?
«Lui ma anche Verratti e poi sono venuti su e bene anche Berardi e Bernardeschi. Se aiutati possono fare molta strada».

Zeman è uno da panchina del Centro-Sud: mai cercato da club del Nord?
«Forse mi hanno cercato quanche volta e non si è mai saputo. E comunque non conosco le ragioni di questo gradimento del Meridione: sarà la passione; e comunque al Settentrione il calcio vale assai di più sul piano, diciamo così, politico: fonte di soldi, d'immagine».

Tra Moratti, Berlusconi e Agnelli c'è un presidente con iil quale le sarebbe piaciuto lavorare?
«Mi stuzzicava farlo con Boniperti, che capiva assai di calcio».

Ma è stato veramente vicino all'Inter, come s'è scritto in una circostanza?
«Diciamo che non era una voce e che è accaduto in epoche diverse: sia con Pellegrini che con Moratti».

Ormai la designano come anti-juventino.
«Eppure sono nato juventino e lo ero per tanti motivi. Poi ce l'ho avuto con chi era nella Juventus, non con la Juve, gente che ha fatto male al calcio».

Guai se le toccano Totti.
«Lui è fuori dal normale: per vent'anni si è portato la Roma sulle spalle. Oggi sono contento che non ci sia, così non si può dire che è colpa sua. La Roma senza Totti non esiste e lui deve fare quello che sente: se crede di essere in grado di aiutare ,va bene; ma io, al posto suo, alla sua età non me la sentirei».

Lo vede come tecnico del futuro?
«Non credo: lui è leader in campo».

Chi le fu al fianco all'epoca?
«Lamela, Marquinos, Florenzi, ma anche Pjanic ha fatto il suo dovere, anche se si lamentava. Peccato perchè lui era dentro un equivoco: fu preso per sostituire Totti. Quella Roma aveva Marquinhos e Romagnoli e io lo dissi: finisco con loro titolari».

Preferì Tachtsidis a De Rossi.
«Uno è regista e l'altro non l'ha mai fatto, nè lo può fare e adesso gioca quinto di difesa».

Tra i suoi preferiti, se ce lo consente, c'è sempre stato Beppe Signori.
«Si è trovato in una brutta situazione perchè è sempre stato troppo buono con tutti e si è lasciato influenzare».

Si disse, in quel fine anni '90: per vincere, Sensi ha dovuto prendere Capello.
«Forse perchè se fossi rimasto, non si sarebbe vinto ma per altri motivi. E se legge Calciopoli capirà».

Quante ne ha sentite: non le piacevano i giocatori forti...
«Infatti: chiesi Batistuta e potevamo scambiarlo con Balbo e un conguaglio di dieci miliardi. Niente da fare. però poi lo comprarono e lo pagarono sessanta un anno dopo».

Quanti anni Roma dovrà aspettare lo scudetto?
«Spero non tanto».

Dopo Totti qual è stato il più forte calciatore allenato?
«Fisicamente, non mentalmente, Boksic: però dipendeva da come si svegliava. Una forza della natura».

Il più sopravvalutato?
«Non lo ricordo e comunque se lo ricordassi non ve lo direi».

DA PRAGA ALL'ITALIA UN'IDEA OLTRE IL CALCIO (ant. gio.)
In quel mondo bisognerebbe entrarci: partendo da Praga, dall'insopportabile rumore dei cingolati, dal vento freddo d'una Primavera vissuta (e poi per oltre vent'anni) lontano dal padre e dalla madre. Bisognerebbe "vestirsi" da diciottenne, scegliere di rompere con la Patria, sfuggire al dominio d'un nemico che ti ha invaso l'anima, però restare  te stesso, ma mica con il tuo "integralismo" semmai con il desiderio di libertà, con la tua identità e una pace interiore che puoi avvertire soltanto se sei d'accordo con la propria coscienza, con ciò che essa ti suggerisce. Forse ti sfiorerebbe lontanamente l'umanità di un uomo che s'è fatto da sè, lasciandosi incomprensibile per chi non vuole leggere oltre l'apparenza d'una ruvidità, d'una freddezza, che invece scompare e che diviene leggerezza, ironia.
Zeman non è (semplicemente) un'idea di calcio ma è qualcosa che ammanta l'uomo, lo libera dalla fusitgazione del destino, lo spinge a credere ci sia una giustizia e che sia figlia della democrazia, che divenga gratificazione attraverso la sublimazione. Per questo l'hanno scelto, e se è andata male non lo hanno mai rinnegato: perchè
concede una possibilità di crederci. Zeman è, sembra lo sia, non il paradosso, né l’esasperazione estrema d’un concetto, ma il senso pieno dell’etica e dell’estetica, una ricerca che nasce forse in fondo a se stesso, sarà una forma di ribellione o forse il senso d’una indipendenza intellettuale ch’è - che vuole essere - un inno alla felicità. Zeman è uomo che unisce, eppure pensano che divida: ma resta, nell’immaginario collettivo, conteso sia dai laziali che dai romanisti e, ad esempio, Napoli è un’altra enclave nella quale ha attecchito la sua filosofia e la sua cultura. Zeman è un calcio vagamente robinhoddiano, prendere ai ricchi per concedere - almeno attraverso lo spettacolo - ai “poveri”.
Zeman è un macrocosmo che ti aggroviglia, tagli e diagonali e sovrapposizioni, senza indietreggiare mai. 

Le foto di Zeman riprodotte in questa pagina sono riprese dal sito del Corriere dello Sport.