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ZEMAN a L'Unione Sarda «Il calcio è la mia vita, sogno un regalo ai sardi»

Intervista rilasciata da Zdenek Zeman in esclusiva al direttore de L'Unione Sarda, Anthony Muroni.
Grazie a Moreno Napoleoni che ce l'ha procurata.

17.12.2014 da L’Unione Sarda del 16.12.2014

«Il calcio è la mia vita, sogno un regalo ai sardi» Il boemo a tutto campo su calcio, fede, Juve e identità

di Anthony Muroni

Se vuole, può fumare. Quest'ufficio è già collaudato, il mio predecessore, a numero di sigarette, se la può giocare con lei.
Ore 18 in punto, piazza Unione Sarda, terzo piano de L'Unione Sarda. Sul volto di Zdenek Zeman si apre il primo di una lunga serie di sorrisi, totalmente inaspettati - visto il personaggio - ma ben distribuiti nel corso dell'intera intervista.

Alcuni di quelli che leggeranno queste righe, vista la loro collocazione extra-sportiva, non sanno niente di lei. Se dovesse presentarsi come lo farebbe?
«Sono un uomo di sport, totalmente vissuto per lo sport. Sui campi, nelle palestre, a scuola. Dallo sport ho imparato tanto e qualcosa penso e spero di aver dato».

Sacchi, a chi gli rimproverava di non essere stato un grande calciatore, rispondeva che per essere un buon fantino non occorre essere stato prima un cavallo.
«E aveva ragione, come spesso gli capita».

Perché lei non ha giocato? E come ha fatto a diventare un allenatore di così grande impatto, a prescindere dai risultati?
«In un certo senso ho già risposto. Sono sempre stato un uomo di sport, che si è impegnato a fondo, in qualsiasi ambito. E poi non è vero che non ho giocato a calcio: ho fatto prima gli allievi e poi un anno di primavera con lo Slavia Praga, poi la mia vita è cambiata».

Praga, la Cecoslovacchia comunista. Che ci fa lei in Italia?
«Venivo qua d'estate, per trovare mio zio Cestmír Vycpálek che faceva l'allenatore. Dovevo ripartire il 22 agosto 1968, ma il giorno prima nel mio Paese c'è stato il blocco imposto a seguito della rivolta di primavera. E la stessa cosa si è ripetuta nel giugno dell'anno dopo, quando sono ripartito per l'Italia due giorni prima che le frontiere fossero chiuse definitivamente».

Gli esuli dei Paesi ex comunisti non parlano mai con piacere di quel tempo. Lei che ricordi ha?
«Da giovane stavo bene. A Praga facevo una bella vita. Per mio padre, che era primario ospedaliero come otorino, dovevo studiare Medicina. Ma è stata sufficiente mia sorella, che aveva un anno più di me. La libertà non ci mancava perché non sapevamo che esistesse, la vita che facevamo era quella ci sembrava giusta. Fare due ore di fila per un chilo di patate era la normalità».

Il calcio da quelle parti com'era?
«Di buon livello, soprattutto come mentalità. Io studiavo sport, tutte le discipline. Tutti giocavano col 4-3-3, ma con lentezza, senza verticalizzazioni. Io ho preso quel modulo e ho cercato di dargli velocità, pressing, sovrapposizioni, superiorità numerica».

Non è vero che si è ispirato all'Olanda?
«Quando allenavo le prime squadre di Seconda categoria, in Sicilia, pensavo solo a far giocare il pallone ai miei calciatori. Dicevo loro: non prendete esempio dalle squadre di serie A. Vedete che sembra una partita di ping pong? I due liberi giocano a chi la spara più forte in avanti. Cosa se ne fa il Milan di un giocatore geniale come Rivera?».

Lei è anche quello che ha iniziato a far lavorare tanto fisicamente le sue squadre. È vero che i giocatori avevano e hanno paura di lei?
«Quelli che si sono fidati ne hanno tratto grande giovamento per la loro carriera. Quelli che non avevano voglia di lavorare avevano evidentemente sbagliato mestiere».

Tutti dicono che il Cagliari ha lavorato e lavora tanto. Perché non si vede una grande condizione fisica?
«In questo momento il problema è solo mentale, psicologico. E devo dire che nessuno ci ha messo sotto sul piano fisico. Io mi aspetto, visto che la squadra si allena bene, di vedere i risultati molto presto. Ma c'è anche da dire che abbiamo tanti giocatori acciaccati».

Le verrà concesso questo tempo?
«Col Foggia, al primo anno di serie B, ero ultimo in classifica al termine del girone d'andata. Alla fine del campionato perdemmo la promozione in serie A per una sconfitta immeritata col Torino. L'anno dopo vincemmo il campionato, dando grande spettacolo».

La svolta nella sua carriera arrivò proprio con quel Foggia?
«No, arrivò molto prima, quando passai dalla primavera alla prima squadra del Licata, in serie C. Arrivammo primi in campionato con una formazione composta solo da giocatori siciliani, dando grande spettacolo. Certo, abbiamo vinto e abbiamo fatto spettacolo anche a Foggia, con giocatori fino ad allora sconosciuti e che poi hanno fatto una grande carriera. Quella stagione eccezionale si interruppe per i problemi della società».

E perché lei spiccò il volo verso la Lazio miliardaria di Cragnotti. Perché arrivaste secondi? Solo per il presunto doping della Juventus e per gli altrettanto presunti favori arbitrali a favore della Vecchia Signora?
«Io alla Lazio mi sono divertito, portando la mia mentalità. In tanti sono stati bene. Non abbiamo vinto perché nel calcio non sempre si può vincere e perché non era facile farlo, in quelle condizioni. Però con tifosi e giocatori andavo molto d'accordo».

E allora perché finì male?
«Penso di saperlo, ma non lo dico. Però quando incontro Cragnotti in ristorante mi dice sempre di avere rimpianti, che insieme abbiamo fatto belle cose»

E il trasferimento alla Roma venne preso come un tradimento?
«Per me fu molto bello, ma i tifosi romanisti, stupendi, rimasero all’inizio un po’ disorientati. I giocatori avevano paura, ma devo ribadire che con Totti sono sempre andato d’accordo, anche nella seconda esperienza finita con l’esonero, quella di due anni fa»

Cosa pensava del Cagliari da avversario?
«Quando venivo a giocare qua c’era sempre vento. In questi cinque mesi, invece, abbiamo avute tutte le domeniche senza. Un anno il presidente Cellino mi fece cercare da Nicola Salerno ma poi non se ne fece niente»

Perché?
«Dovreste chiederlo a lui. Mi dissero, ma non so se sia vero, che non voleva mettersi contro il Sistema»

Perché tanto astio fra lei e la Juventus?
«Sono stato tifoso della Juve, proprio per via di mio Zio allenatore, vincitore di due scudetti, fino a quando ho giocato la prima partita col Foggia in serie A, proprio contro di loro sul neutro di Bari»

Risultato?
«Perdemmo 1-0, con gol di Schillaci. Naturalmente in netto fuorigioco»

Come si vive contro il Sistema?
«Ho accettato di essere considerato estraneo, mi sono assunto le conseguenze delle mie critiche. Ma rifarei tutto»

E l’Italia come la vede?
«Per me è un Paese splendido, ma lo dico certamente perché sono un privilegiato, faccio un bel lavoro e non ho problemi economici. La corruzione e le raccomandazioni ci sono in tutto il mondo, dovreste vedere nel mio paese d’origine. Il problema è economico, non si riesce a trovare una medicina efficace per dare lavoro ai giovani. Questo è un vero dramma»

Lei è religioso?
«Sono cattolico. Questo Papa mi piace tantissimo, anche se ero legatissimo a Giovanni Paolo II, che conoscevo bene. Bergoglio è una persona semplice che ha punti fermi morali. Lo ammiro, la morale è tutto»

E cosa pensa del giovane presidente del Consiglio?
«Non basta essere giovani ma bisogna fare. Le parole non sono sufficienti, non so se la mancanza di fatti dipenda solo da Renzi o dal sistema»

Della Sardegna cosa sa?
«Tutti mi dicono che all’interno sia bellissima, sia al centro che al nord. Ma nessuno mi porta  scoprirla»

Vuole recuperare?
«Sono certo che la mia storia col Cagliari durerà a lungo, dunque magari la girerò la prossima estate»

Si sente davvero motore di un progetto a lunga scadenza?
«Ci credo tantissimo e mi sembra che anche la società ci creda. Bisogna insistere, non bisogna arrendersi. I risultati arriveranno. Qua si può fare calcio ad alti livelli, con un pubblico così caldo e competente niente è precluso. La squadra è seguita, io sento grande responsabilità»

Lei sogna?
«Di notte no. E se sogno non ho ricordi»

E ha sognato, almeno a occhi aperti, di battere la Juve giovedì?
«Lei non ci crederà ma io nel calcio vivo per i tifosi. La mia più grande soddisfazione è farli divertire. Dar loro questa gioia sarebbe molto bello»

Lei ha un giocatore, Donsah, che ha una storia incredibile. E’ arrivato in maniera rocambolesca dall’Africa più povera ed è uno che ce l’ha fatta. Può diventare un campione?
«Si è ottimamente integrato, conosce la lingua, il resto della squadra gli vuole bene. Mi piace come giocatore, ma deve crescere. Gli manca l’esperienza. Non è facile passare dalla primavera alla serie A»

Ha chiesto rinforzi per gennaio?
«Io ho sempre detto che non chiedo acquisti, sono contento di quello che ho. Ma se la società ritiene di cambiare qualcosa è un suo diritto»

Si parla di Husbauer
«Non so cosa farà la società. Io l’ho visto e secondo me può fare tutto, sia la mezz’ala che la punta esterna. L’anno scorso ha fatto 18 gol in campionato. Per un centrocampista per me sono troppi»

Intanto la sua squadra non va sui calci piazzati
«Ho chiesto io ai giocatori di non calciarli lunghi in area, abbiamo Ceppitelli che ha fatto cinque gol di testa l’anno scorso, ma quest’anno ne ha sbagliati tre da un metro»

Ibarbo e Farias?
«Se avessero segnato tutte le occasioni che gli sono capitate sarebbero stati capocannonieri. In allenamento dedichiamo tantissimo tempo alla fase offensiva. Per me c’è un blocco psicologico. Ma Ibarbo è destinato a prendere il volo e a farlo prendere anche a noi. Si sta anche divertendo, anche se lo rimprovero perché torna troppo indietro, con la palla al piede, sembra quasi giocare contro di noi»

Possiamo sperare in un’inversione di tendenza?
«La squadra ha un problema mentale, devo lavorare per liberarli da questa zavorra. La partita con la Juventus può essere quella ideale»

Zeman, qual è il suo più grande rimpianto?
«Nessun rimpianto. Sono soddisfatto di quello che ho fatto finora, vorrei ancora aggiungere qualcosa»

Di Cagliari è soddisfatto?
«Come lavoro sì e come risultati no. Miglioreremo presto».