Chi siamo

Forum

01726210
Oggi
Ieri
Questa settimana
Nel mese
Lo scorso mese
Visite totali
336
258
1477
6108
9997
1726210
dal 30 marzo 2013

A TUTTO ZEMAN... l'intervista di Calcio2000

15.11.2014 dal mensile CALCIO2000 di dicembre 2014

A TUTTO ZEMAN…

LA NUOVA AVVENTURA AL CAGLIARI, LA SUA CARRIERA IN PANCHIANA, I MALI DEL CALCIO ITALIANO E LA LOTTA SCUDETTO: ZDENEK ZEMAN SI RACCONTA, A MODO SUO, IN ESCLUSIVA A CALCIO 2000

di Paolo CAMEDDA
Foto di Federico DE LUCA

Sono passate da poco le 11.30 del mattino e al Centro Sportivo Ercole Cellino di Assemini regna la pace. Il Cagliari ha terminato l’allenamento e Zdenèk Zeman si avvicina a noi fischiettando. Ti rendi subito conto di avere di fronte un maestro del calcio italiano, e l’emozione è grande. Ma quello che più ti colpisce è la sua grande umanità, che percepisci distintamente appena il boemo inizia a proferire parola… Lui è l’ultimo rimasto di un calcio artistico, dove la bellezza è la ragion d’essere. Dicono che con Zeman in panchina non si vince ma, alla fine, vince chi si diverte, o no?

Mister, dopo l’esperienza negativa di Roma si aspettava di tornare in serie A, così presto? Cos’ha pensato quando le è arrivata l’offerta del Cagliari e cosa l’ha convinta ad accettarla?
“Un allenatore penso che speri sempre di poter lavorare. Visto che è scaduto il 30 giugno il contratto con la Roma, ci sono state delle squadre che mi hanno fatto un’offerta. Ho scelto Cagliari perché è cambiata la proprietà e si è parlato di un progetto e a me piace costruire. Sono venuto qui perché mi ha convinto il progetto e le ambizioni del presidente Giulini”.

Quali sono le maggiori difficoltà che ha trovato finora?
“Sul piano dell’impegno non mi posso lamentare dei ragazzi, perché si sono tutti messi a disposizione e finora hanno cercato di fare il possibile. Poi magari durante alcune partite non sempre si riesce a giocare con la mentalità che chiedo io, penso più per abitudine, perché cambiare tipo di gioco è sempre difficile per uno che l’ha fatto per tanti anni in modo diverso”.

Qualcuno ha anche sostenuto che il suo calcio fosse 'superato'. Che cosa si sente di rispondere?
"Non so coso rispondere, nel senso che io ho fatto sempre un certo tipo di calcio... Trent’anni fa mi dicevano che fossi 20 anni avanti, 10 anni fa ero sempre 20 anni avanti... Dipende da che lato si guarda...".

Poi è arrivata la grande vittoria sull'lnter a San Siro... Riesce ancora ad emozionarsi per una vittoria in uno stadio così importante?
"Ho sempre detto che lo Stadio di San Siro a me piace tanto. Mi piace tanto giocarci, e penso che a San Siro le mie squadre abbiano sempre fatto buona figura, sul piano del gioco, anche se poi magari si perdeva. A Milano sono abituati a vedere un calcio importante e per questo ci hanno sempre rispettato. Fa piacere quando ricevi complimenti per una partita".

Quali sono ora gli obiettivi del Cagliari in questa stagione e dove ritiene possa arrivare la squadra nei prossimi anni?
"lo penso che ci sia tanto lavoro da fare, ma che possiamo toglierci delle soddisfazioni durante la stagione. Noi dovremmo fare del nostro meglio con tutti gli avversari, poi i conti si faranno alla fine.

L'obiettivo, come ha spiegato il presidente Glutini, è una crescita graduale della squadra nel giro di alcuni anni. I ragazzi stanno lavorando bene e i risultati arriveranno".
Chi l'ha stupita di più, fra i suoi giocatori, fino a oggi, e chi pensa possa avere un futuro importante?
"lo non voglio fare le classifiche, chi più, chi meno... È una coso antipatica... lo alleno un gruppo che ha provato a fare del suo meglio, a qualcuno per ora è riuscito di più, qualcun altro spero ci riesca con il tempo. La disponibilità me l'hanno sempre data e cercano di applicarsi su quello che chiedo".
Uno dei giocatori più importanti della squadra è Victor Ibarbo, che anche domenica a San Siro ha fatto una grande prestazione. Dove deve migliorare secondo lei il colombiano e quali sono i suoi margini di crescita?
"Secondo me Ibarbo è un giocatore importante, e spero lo diventi dì più, perché ha tutte le qualità, fìsiche e tecniche. Gli manca la continuità, nel senso che è un giocatore un po' naif, che c'è ma a volte non si vede. Se lui riesce ad esserci per tutti i 90 minuti può aiutarci tanto...".

Come si trova in Sardegna e cosa le piace di più della vita nell'isola?
"Mi piace l'isola. Sono arrivato in Italia nel 1969, e nella mia carriera sono stato anche a Palermo, altra città di mare. A me piacciono il mare e il sole. A parte il fatto che gran parte della Sardegna fa il tifo per la squadra, mi piace proprio il fatto di essere isolati e di poter lavorare in tranquillità. Penso che sia la cosa più importante, poi magari arrivano le voci destabilizzanti dal continente, ma noi qua ridiamo...".

I tifosi l'hanno accolta subito con grande affetto. Qual è il suo rapporto con loro?
"Mi hanno accolto benissimo, il rapporto è ottimo e spero che riusciremo a ripagarli della fiducia che hanno messo su di me, sul presidente e sulla squadra".

Ha imparato in questi mesi qualche parola di sardo? Il suo volto, come quello di alcuni giocatori, è stato utilizzato per la campagna abbonamenti del club accompagnato da alcuni slogan significativi in 'limba'…
"Finora non ho imparato nessuna parola di sardo, anche perché non lo sento... Per gli slogan mi ci vuole il traduttore... Purtroppo ho vissuto sempre qua nel centro sportivo, e qua il sardo si parla poco. Ora ho preso casa e vedremo...".
Le piace la cucina sarda? Qual è il suo piatto preferito della cucina locale?
"A parte il pesce, che ci dev'essere sempre, a me il maialetto non mi dispiace proprio...".

Quando è arrivato, Gigi Riva ha detto che avrebbe avuto piacere a incontrarla. Le chiedo se vi siete visti e come è andata.
"Ancora non ci siamo visti. Sono andato al suo ristorante, ma stranamente non c'era... Ci sarà sicuramente occasione in futuro".

Con Ventura lei è il decano degli allenatori della Serie A. Che differenza trova fra il calcio di oggi e quello 'romantico' degli Anni Ottanta-Novanta?
"lo penso che il calcio non sia cambiato: i campi sono sempre uguali. Poi magari oggi il calcio è più un prodotto da vendere. Prima c'erano soltanto il presidente, l'allenatore e il direttore sportivo, oggi ci sono 50 persone che collaborano per mandare avanti la squadra, anche se secondo me la cosa più importante resta il campo".
Nella sua carriera ha guidato squadre importanti come Lazio e Roma. C'è chi dice che rispetto al potenziale di quelle squadre abbia vinto poco. Se potesse tornare indietro ci sono delle scelte che non rifarebbe?
"Dicono che ho vinto poco... Ho vinto 3 campionati, che saranno pochi, ma sono importanti... Poi con le squadre grandi, anche lì... Stavo alla Lazio, ma la Lazio non era quella del 2000, una squadra mondiale che spendeva centinaia di miliardi di lire. Lo stesso la Roma, che ha vinto quando ha speso 80 miliardi per un giocatore. Ai miei tempi avevo il problema di prendere Cafu a 4 miliardi... Poi meno male che li abbiamo spesi. Non possono vincere tutti, e normalmente quelli che spendono di più sono avvantaggiati. Visto che sono arrivato 2°, 3°, 4°, 5° con le squadre di Roma, e che a quei tempi non c'erano quattro squadre in Champions, penso di aver fatto bene... Nell'ultima stagione alla Roma ho portato la squadra anche in finale di Coppa Italia...".

Nello sport conta più vincere o essere degli innovatori (o essere coerenti)?
"Per qualcuno conta più vincere, lo però da allenatore, devo cercare di dare un gioco alla squadra e migliorarla, costruendo qualcosa. E penso che in questo sia abbastanza riuscito, visto che ho mandato in Nazionale diversi giocatori. È questo il lavoro dell'allenatore".

Chi è il giocatore più forte fra tutti quelli che ha allenato nella sua carriera?
"lo ho avuto tanti bravissimi giocatori, Campioni del Mondo... Sicuramente sono più legato a Signori per il periodo nella Lazio e a Totti per il periodo nella Roma. Sono due ragazzi che si sono comportati benissimo e hanno sempre aiutato gli altri, sul campo e fuori dal campo".

Quale errore non perdonerebbe mai a un suo calciatore?
"Tutti sbagliano: se sbaglio io possono sbagliare anche i giocatori. Tutto si può risolvere, l'importante è che ci sia il rispetto reciproco".

Cosa le piace e cosa non le piace del calcio di oggi? Se dovesse identificare il "male" del calcio italiano oggi?
"Il calcio italiano secondo me è in crisi per un problema economico. Mentre prima in Italia venivano i più forti giocatori al mondo, dai quali poi anche i giocatori italiani potevano imparare e potevano crescere, oggi i migliori non si riesce più a portarli qui. Si portano troppi stranieri che poi chiudono la strada ai talenti italiani che non hanno allora la possibilità di farsi vedere e di maturare sul campo".

Per la sedicesima giornata, prima di Natale, è in programma Cagliari-Juventus. Sarà una gara particolare per lei?
"Per le squadre di provincia come succedeva col Foggia, affrontare avversari di nome dev'essere uno stimolo, una spinta, per dare qualcosa in più del solito. Ma personalmente non mi interessa se gioco con la Juve, con l'Inter, con il Milan o con la Roma...".

È vero che da bambino tifava Juventus?
"lo cerco di spiegarmi, e o non mi capisce nessuno, o lo fanno apposta... Visto che io sono nato nel 1947, e mio zio è stato acquistato dalla Juventus nel 1946, è normale che io sia nato juventino. Ho seguito la Juventus per tanti anni quando mio zio era alla Juventus e ha portato 2 Scudetti alla Juventus. Ero un tifoso e la seguivo. Lo ripeto: per me il problema non è la Juventus, il problema sono le persone che hanno fatto male al calcio italiano, con i farmaci e con Calciopoli. Se quei personaggi sono da più di 10 anni nei vari Tribunali, forse c'era qualcosa che non andava...".

Fra Roma e Juventus, a suo giudizio, chi ha le maggiori possibilità di vincere lo Scudetto e perché?
"Non lo so, il campionato è lungo. Penso che tutte le squadre durante un'annata hanno un periodo di crisi, che può dipendere dai troppi impegni, visto che entrambe giocano in Champions, dagli infortuni o dalle squalifiche, che possono pesare. Ma ritengo che la rosa della Roma dia più ampie possibilità di scelta. Per me se alla Juve salta Tevez va in difficoltà, se alla Roma mancano Totti o Destro è lo stesso...".

Cosa avrebbe fatto Zdenèk Zeman nella vita se non avesse fatto l'allenatore di calcio?
"Ho studiato sport all'Università di Praga per fare l'allenatore e quello volevo fare. Se non avessi fatto l'allenatore di calcio avrei allenato in qualche altro sport: pallamano, pallavolo, pallanuoto... Come mi è anche capitato all'inizio in Italia".

C'è una cosa per la quale smetterebbe un giorno di fumare?
"Ogni tanto ci penso, ma poi, visto che non ho problemi fisici e non ne risento,continuo a fumare...".

C'è mai stata una volta in cui la sua squadra non è partita dall'inizio col 4-3-3? L'ha segnata sul calendario?
"L'ultima volta che non ho giocato con il 4-3-3 era in Coppa Italia a Firenze con la Roma, ma per necessità. Avevo tutti gli attaccanti squalificati o infortunati e mi avanzavano difensori...".

Perché, secondo lei, il 4-3-3 è il miglior modulo? Spieghi i pregi, e, se ci sono, i difetti, di questo sistema...
"Se lo uso è per i suoi pregi... Per coprire il campo in modo razionale il 4-3-3 è la miglior disposizione. Poi qualcuno sta 10 metri più avanti o 10 metri più indietro... Con questa disposizione il campo viene diviso tutto in triangoli. Difetti non ce ne sono, sennò non lo userei. Tutti dicono che qualsiasi modulo è perfetto, se si fa bene. Per me non è così, perché quando giochi con due attaccanti non c'è equilibrio. Come disposizione base per coprire tutto il campo in lunghezza e in larghezza il 4-3-3 è il modulo perfetto. Poi il discorso è che uno si muove male, gli attaccanti non attaccano, o difendono male, e allora non ci sono più le distanze fra i reparti. Ma in teoria il 4-3-3 è il modulo perfetto".

Suo figlio è allenatore: non l'ha sconsiglialo quando glielo ha detto? Vi scambiate idee?
"Mio figlio quando aveva un anno lo portavo al campo di allenamento, lo lasciavo dietro la rete di  recinzione e seguiva tutti i miei allenamenti, tutte le mie preparazioni e tutte le mie partite, in Italia e qualche volta anche all'estero. Penso quindi che ne abbia viste tante. Io veramente gli ho sconsigliato in partenza di fare questo mestiere. Visto che si è laureato in Lingue, gli ho consigliato di fare qualcosa di più tranquillo. Questo perché so che lui non ha il mio carattere, è un po' più emotivo e quando uno è emotivo lo stress, le critiche fanno male. lo invece sono abituato, per me ognuno è libero di dire quello che vuole...".

Gli vuoi mandare un messaggio?
"A lui piace fare l'allenatore, quindi finché ha motivazione e gli piace lavorare sul campo gli dico di continuare in questo lavoro applicando le sue idee".

Mister Zeman ha (o ha mai avuto) un sogno professionale? Qua! è?
"Il mio sogno professionale è sedermi in panchina e divertirmi a vedere la mia squadra giocare a calcio. Vedere un calcio che piaccia a me e alla gente che viene a vederci".
 

Conclusa l'intervista, Zeman si alza, e prima di andar via ringrazia e saluta con una stretta di mano. La sensazione è che il calcio italiano avrà sempre bisogno di personaggi come lui. Buon divertimento con il Cagliari, mister.