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Il sogno interrotto non cancella la Grande Bellezza

Una nuova “penna zemaniana” analizza per supremoboemo.it la stagione di Zeman a Lugano.
Tommaso Nelli, pisano, giornalista free-lance, iscritto all'albo dell'Ordine dei Giornalisti della Toscana, specializzato in giornalismo investigativo e sportivo. Collabora con varie testate giornalistiche tra cui T-Mag.it, Infiltrato.it, Reset Doc. Autore del libro inchiesta di prossima uscita "Atto di Dolore" sul caso di Emanuela Orlandi.

 

31.05.2016 ZEMANlandia433

Il sogno interrotto non cancella la Grande Bellezza

La sconfitta nella finale di coppa non sminuisce il valore della salvezza conquistata in una stagione con troppi problemi

di Tommaso Nelli

Finale di “Swiss Cup” contraria alle previsioni in casa Lugano. Domenica scorsa, al “Leitzgrund” di Zurigo, dopo il novantesimo, hanno festeggiato i padroni di casa, che hanno così addolcito la retrocessione in “Challenge Cup” di quattro giorni prima con il pass per la prossima “Europa League”.

Atmosfera invece di grande delusione nello spogliatoio ticinese. Al fischio finale, Zeman è rimasto a sedere a lungo in panchina, pensieroso, mentre i suoi ragazzi erano affranti sul terreno di gioco. “Una grande occasione persa” ha commentato il boemo ai microfoni. Parole condivisibili. Non capita tutti i giorni di giocare una finale di coppa ipotetica garanzia per la partecipazione a una competizione europea, specialmente se sei una neopromossa in serie A dopo tredici stagioni e se hai un organico dall’età media di 24,6 anni.

Ad aumentare il dispiacere, la consapevolezza che il sogno era a portata di mano. E non tanto perché l’avversario era stato messo alle spalle in campionato bensì proprio perché durante i novanta minuti della finale si è presentata l’Occasione per realizzarlo. Ma Bottani si è fatto respingere il calcio di rigore dal portiere zurighese. Lui può star tranquillo. Non è stato il primo e non sarà l’ultimo calciatore a fallire un’opportunità tanto ghiotta in un momento tanto importante, basti pensare alla traversa di Griezmann sabato sera contro il Real Madrid o a Roby Baggio a Pasadena nel ’94.

Se non che le chance, un rigore come una grande azione da gol, specialmente in una finale, vanno sempre concretizzate. Altrimenti una squadra rischia di pagare, come successo al Bayern Monaco nella semifinale di Champions League contro l'Atletico Madrid con il possibile 2-0 sprecato da Muller dagli undici metri. Dal possibile vantaggio si è passati poco dopo allo svantaggio. Un pesante uno-due per il Lugano, che nella ripresa ha pagato l’inesperienza e l'eccessiva tensione verso l’incontro perché possibile apripista all'Europa, traguardo impensabile per molti dei suoi giocatori, che fino a una settimana fa avevano la testa infestata dal fantasma della retrocessione. Uno sbalzo emotivo forte, specialmente per un gruppo che si sta abituando a gestire le emozioni forti, altro requisito indispensabile per giocare ad alti livelli.

La sconfitta però non cancella un’intera stagione dove il club, Zeman e i tifosi possono – e devono – essere molto soddisfatti. Il Lugano ritornava nella “Super League” dopo tredici anni, disponendo però di un budget economico risicato – come dimostrato da una campagna acquisti a suon di prestiti, riscatti e parametri zero – e penalizzante per un campionato dove il divario monetario tra i club è enorme. È vero, non conta spendere tanto bensì spendere bene, ma occorrono le risorse per ambire a un determinato target. L’Empoli, per esempio, ha una straordinaria capacità d'investimento però con i suoi mezzi economici non potrà mai pensare di vincere la Champions League.

La rosa del Lugano era quindi giocoforza composta da giocatori di “Primavera” italiane (Piccinocchi, Donis) oppure provenienti da campionati minori (Croazia, Grecia, Slovenia, League One inglese) o, addirittura,  che mai avevano giocato in Super League (capitan Rey, Bottani, Urbano, Sabbatini). Tutta gente non abituata al gioco di Zeman, all'applicazione costante e ai ritmi incessanti richiesti dal suo modo di lavorare in allenamento e che, pur con tutta la buona volontà sfoderata, ha dimostrato l’esistenza di limiti insormontabili per competere con squadre come Young Boys o Basilea. Contro le quali comunque hanno fatto bella figura, in alcuni casi ottenendo pure la vittoria (1-0 allo “Stade de Suiss” in agosto). E qui emergono due grandi pregi di questa squadra: il carattere e l'umiltà. Nonostante i problemi, soprattutto nel terzo girone dopo la pausa invernale e la conseguente preparazione, non hanno mai mollato, si sono sempre impegnati e, a differenza di altre formazioni di analoga caratura allenate da Zeman in altri tornei, il Lugano ha sempre seguito il suo allenatore. I fatti parlano chiaro. Belle vittorie (su tutte, il 3-0 al Sion partecipante all’Europa League e il 4-1 al Grasshopper prima di Natale in quel secondo girone miglior momento della stagione), salvezza all’ultima giornata di un campionato tribolato, basti pensare ai quattro titolari infortunati di recente (fra questi Culina, miglior realizzatore con 10 reti) e recuperato con sette punti nelle ultime quattro partite giocate in tredici giorni. Una tenacia che meritava il premio della permanenza nella massima categoria. E anche in sede di mercato sono stati evidenti i progressi: il Lugano ha raddoppiato il valore della sua rosa rispetto l’estate scorsa, premiando la fiducia della società nel mister (l’opposto di quanto successo, per esempio, alla Roma) anche davanti a sconfitte pesanti (1-6, 0-6, 0-7) e una classifica sempre incerta. Così dovrebbe essere, così non sempre succede. Specie in Italia. Da altre parti, a quanto pare, sì.

Ecco perché, arrivati alla fine, tifosi del Lugano e di Zeman possono essere molto soddisfatti. Non è una coppa che fa una stagione, ma pensare come si è alla partenza e ciò che siamo diventati una volta giunti all'arrivo. È vero, la Zemanlandia di Pescara, per esempio, si è vista rare volte. Però la squadra ci ha sempre provato a fare la partita e mettere in pratica il calcio del suo allenatore, come testimoniano non tanto i gol segnati (settimo attacco del campionato con 46 centri) quanto i tanti sbagliati nonostante le situazioni favorevoli. Inevitabile che ora si apra il dibattito sul futuro del Mister, che ha il contratto in scadenza alla fine di giugno. Rimanere con l’auspicio di maggiori garanzie tecniche per poter disputare una stagione con maggiori prospettive oppure venir via con il ricordo di un risultato che lui stesso ha definito “il più difficile della carriera”? Se è forte la tentazione a riprovarci perché potrebbe andar meglio, conviene anche ricordare come non si debba mai giocare con la Bellezza. Questa salvezza è un gran gioiello e le pietre preziose non vanno danneggiate altrimenti non si potranno più ammirare ogniqualvolta se ne abbia il desiderio.