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ESCLUSIVA – MASSIMO LO VERDE, lettera aperta a ZEMAN

20.12.2015 ZEMANlandia433

ESCLUSIVA – MASSIMO LO VERDE, lettera aperta a ZEMAN

Massimo Lo Verde, 9 dicembre 1962, è uno di quei giovani calciatori palermitani cresciuti con Zeman nelle giovanili del Palermo e che l’allenatore boemo portò con sé dalla Primavera rosanero al Licata del primo anno in C2. Tornato al Palermo fu ceduto in prestito sempre in C2 prima al Crotone e poi al Ravenna.  Due interventi al tallone d'achille non riuscirono a fargli continuare la carriera di calciatore, costringendolo ad interromperla anzitempo. Ma quel lustro di esperienza calcistica sotto la guida di Zeman è rimasto scolpito nel cuore e nella mente di Lo Verde.
Massimo, che scopriamo piacevolmente come una “penna” sublime, ha voluto raccontare in esclusiva a supremoboemo.it  i suoi anni con Zeman, lo Zeman alle prime esperienze da allenatore ed ha voluto farlo attraverso una toccante lettera aperta indirizzata al suo Mister.
Tra i ricordi immortalati come fossero artistiche foto d’autore, tra gli aneddoti intrisi di doviziosi particolari quasi a farne una suggestiva sceneggiatura e tra le emozioni di un romantico calcio d’altri tempi, si delineano i tratti di una figura che sin d’allora agli occhi dei suoi ragazzi si rivelava speciale, unica, carismatica!

Caro Mister, caro Zeman, caro Zdenek…

quando un calciatore smette di giocare a calcio e si ritrova a parlare con il suo ex allenatore, avverte un leggero imbarazzo nel chiamarlo perché, da una parte, il termine anglosassone suona un po’ ridicolo fuori dal contesto calcistico e dall’altra, quello più diretto, sembra troppo confidenziale.
Sceglierò quello che mi sembra più appropriato… “Caro Maestro”.

Caro Maestro,

ti scrivo perché desidero tracciare i contorni di lontani ricordi, di piccoli momenti che trasudavano la forza delle cose importanti, di parole lungimiranti, di gesti dall’eleganza nordica, di comportamenti pregnanti di dignità… di tutto quello che, poco alla volta, si è sedimentato nella mia memoria di te. Lo faccio per frammenti, senza un filo logico, lasciandomi andare al riaffiorare scomposto di antiche sensazioni.

Il nostro primo incontro avvenne ai campi Castelnuovo.
Di quel provino ricordo solo le ferite alle ginocchia e il mio nome, nell’elenco dei prescelti, da te pronunciato. Fu tra quei campi polverosi in terra battuta e lo spazio sotto le gradinate dello stadio Renzo Barbera che incominciai a riconoscere il tuo stile.
Ti ponevi alla testa del gruppo e, con quelle scarpe da tennis grigie a stivaletto tipo All Star, guidavi i nostri primi e duri “giri di pista”. E’ probabile che la mia postura nella corsa fosse naturale ma ammiravo quella tua, elegantemente orgogliosa, e la presi a pretesto come esempio da imitare.
In quella mia tabula rasa calcistica si imponevano anche piccoli dettagli come il tuo modo di lanciare la palla per allenare il nostro “colpo di testa”… abitualmente per tirare in alto un pallone a qualcuno che ci sta davanti, gli avambracci, le braccia e le mani, all’unisono, risalgono davanti al busto e, caricandosi dell’energia necessaria, permettono al pallone di staccarsi. Nel tuo movimento, invece, i tuoi arti rimanevano un po’ rigidi e aderenti ai fianchi ed erano più le punte delle dita e i polsi ad imprimere la giusta forza al pallone che raggiungeva le nostre teste.
Familiarizzai anche con i tuoi proverbiali lunghi silenzi intervallati da poche parole, precise ed emblematiche per la lunga riflessione preliminare.

I tuoi allenamenti, tra lunghi filari di birilli autostradali (trovati chissà dove), terribili diagonali accelerate, salite sui gradoni delle gradinate ardue come un’ascesa sull’Everest, erano un durissimo banco di prova dei nostri limiti fisici e psicologici.
Ne compresi il duro significato nei lunghi giri alla Favorita, in quel circuito dal nome apparentemente gioioso "Piazzale dei Matrimoni” ma che per noi era presagio di una lunga e faticosa “convivenza”.
Un giorno, cercando di correre dietro a due portentosi cavalli da corsa come Giacomino Modica e Gianni Costa, arrancavo… un caldo afoso prosciugava ogni energia residua e, prima dell’ultimo giro, intravidi il miraggio della tua figura con il fischietto… sperai in un atto di clemenza e, come un maratoneta sfinito, boccheggiante, le braccia penzoloni, implorai: “… Mister, la prego, non ce la faccio più… sto vomitando…” e tu, dopo la disamina attenta delle mie pulsazioni, con una flemma che oggi mi fa ridere di cuore, scandisti lentamente:  “…Massimino, vai, vai, non ti preoccupare, fino a quando non vomiti è tutto a posto…”
Non so in che stato completai quell’ultimo giro ma lo feci e, nonostante ti avessi odiato per quel “…è tutto a posto…”, fu un grandissimo insegnamento di vita.
Ancora oggi, nel mio lavoro o quando corro, se la fatica mi dice che non ce la faccio più, ricorro a quel “…vai…vai…” e compio, almeno, un altro giro.

Fin dalle prime partite fu chiara una cosa su cui non transigevi: la maglietta fuori dai pantaloncini e i calzettoni abbassati.
Questo fu un imperativo categorico per tutto il periodo del settore giovanile.
Poi, nel tempo, mostrasti indulgenza verso coloro che, nella foga dell’agonismo, esprimevano, anche in quel disordine, un segnale inequivocabile di libertà creativa… Maurizio Schillaci, Ciccio La Rosa, Ignazio Gnoffo…
A me piaceva quel rigore formale e l’ultimo gesto che, immancabilmente, mettevo in atto prima di scendere in campo, era la ricerca dei laccetti di garza per stringere i calzettoni sopra i polpacci.
Quando giocammo contro la Juventus allievi, ebbi la conferma visiva di quella tua richiesta… non so, forse erano i pantaloncini molto più grandi dei nostri, forse era il candore di quei calzettoni che dava volume ai loro polpacci, forse erano quelle magliette a strisce bianche e nere ammalianti come un quadro di Escher, trovai quell’eleganza perfetta.
Quel piacere per la forma mi è rimasto… e naturalmente, spesso, la forma è anche sostanza.

Un altro episodio mi fece capire molto di te.
Uno dei migliori giocatori del settore giovanile era Nuccio Barone… tecnica raffinata e grande visione di gioco. La “Palermo Calcio” decise di declassarlo, senza una motivazione logica, in una categoria inferiore.
Eravamo in trasferta a Bari e decidemmo, dietro il tuo input, di scendere in campo con dieci minuti di ritardo. Arrivarono telefonate bollenti  da vari dirigenti che intimavano di recedere da quella scelta. Anche Antonio Matarrese, Presidente a quei tempi della Società pugliese, venne nello spogliatoio. Ricordo che mi rivolse la parola con l’intento di farci tornare indietro sui nostri passi.
Risposi che il gruppo era straconvinto. La mediazione portò ad un ritardo della partita di un’ora. Al ritorno a Palermo fummo un po’ tutti emarginati e qualcuno punito per una ribellione così destabilizzante.
Fui fiero di appartenere ad un gruppo di giovani capitanati da un “Mister” che non manifestava alcun timore reverenziale delle dirigenze e che, per una causa nobile, metteva a rischio il proprio posto.
Il non genuflettermi davanti a nessuna gerarchia, lo devo anche a quell’esempio.

A quei tempi le squadre di calcio viaggiavano per l’Italia spesso in pullman.
Una consuetudine che caratterizzava quei lunghi spostamenti erano le accattivanti partite a “briscola in cinque” che si consumavano nelle ultime poltrone. Non amavo il gioco delle carte e preferivo ascoltare nelle cuffie il canto degli uccelli o leggere Airone. Mi piaceva, però, osservare la serietà di quegli sguardi, gli ammiccamenti complici tra i compagni di partita, le sfuriate per una mossa sbagliata… Rimanevo di sasso quando, con lo sguardo serio, indovinavi  l’ultima carta che il tuo avversario, rassegnato, gettava a fine partita. Quella concentrazione, quel processo minuzioso di registrare dati, di anticipare le mosse dell’avversario, di riflettere prima dell’azione, sarebbero state alla base della tua visione calcistica.

Quella stessa visione calcistica che un giorno mi trasformò da libero tradizionale “modestamente” alla Gaetano Scirea, in una pedina della “difesa a zona”. Rammento perfettamente il giorno in cui intimasti a me e agli altri difensori di giocare in linea. Mi sentii un po’ frustrato per le mie caratteristiche, ma quanto piacere per quella diagonale oscillante e per la messa in fuorigioco degli avversari stupiti. Fummo i primi in Sicilia ad utilizzare questo modulo che poi tu adottasti alla grande con tutte le tue squadre.
E’ anche vero che ogni tanto prendevamo un po’ di goal ma avevamo fatto ormai nostro il tuo motto che ci ricordavi sempre: “… Non è importante prendere tre goal, l’importante è farne quattro…”

Questo approccio caratterizzò anche il mio modo di sentire il calcio dopo che me ne andai da Licata… “Massimino ma sei sicuro di volertene andare…” mi dicevi. Avvertivo il desiderio di cambiare, di vivere nuove esperienze… sbagliai da un punto di vista calcistico ma ho sempre amato nella vita cercare prospettive nuove. Non so che traguardi avrei raggiunto se fossi rimasto a Licata ma non provo nessun rammarico perché la vita mi ha offerto tanta bellezza.
Tra l’altro, colui che prese il mio posto come libero diede un grande contributo alla fama di quel Licata. Durante gli allenamenti osservavo con attenzione Angelo Consagra per le sue raffinatissime doti tecniche e tu, Maestro, non potevi non accorgertene.

Sono fuori dal mondo del calcio dal 1988 quando una tendinite mi fece appendere prematuramente le scarpe al chiodo. Con la fine del calcio giocato persi anche la passione per le vicende calcistiche.
Mi interessai ad altro e l’unico legame con quel mondo rimanesti tu, le tue avventure sportive. E quando ti vedo in televisione rimango esterrefatto perché rivedo Zeman di 35 anni fa, lo stesso modo di parlare, la stessa flemma, la stessa coerenza…

La coerenza, per esempio, di credere fermamente nella meritocrazia.
Compilavi la lista degli undici titolari al di là dell’anzianità o di qualsiasi altro parametro dato per acquisito. Ne presi consapevolezza nella Primavera quando, nonostante fossi sempre titolare, mi mettesti in panchina perché mostravo di non essere in piena forma. Mi ferì profondamente quella scelta ma mi resi subito conto di quanto giusta fosse la tua decisione. Chi mi sostituì lo fece con puntiglio e bravura e sentii ribollire dentro di me la voglia di rivalsa. Nella settimana successiva mi impegnai al massimo e riconquistai quella maglia di titolare. Imparai così, tra una delusione e una rivalsa, il valore della competizione leale.

Fu proprio a Licata che mi resi conto di quanto dirompente fosse l’approccio del merito.
Portasti me ed altri giocatori della Primavera del Palermo a Licata per il campionato di C2. Lì noi, giovani ragazzini, entrammo in competizione con coloro che erano nel cuore della tifoseria licatese… Zappulla, Scifo, Amato, Fazio, Bavaro, Schifilliti, Lo Giudice, De Cento, Pecoraro, Socievole… Ricordo i momenti di tensione, dopo le prime partite altalenanti, soprattutto negli spalti perché non si accettava una rivoluzione così netta. Il fatto di volere noi a Licata per mettere in atto il tuo modulo di gioco, non significò utilizzare quelle pedine “a prescindere”. Certo, anche se quei giocatori erano una precondizione necessaria  per la tua tattica, questo non ti impedì di mettere fuori chi, durante la settimana, non meritava la maglia di titolare e dare vita così  ad un alternarsi tra nuovi e vecchi giocatori.

Per raggiungere Licata utilizzavamo spesso la tua auto.
Tra i passeggeri ci si alternava con Taormina, Campanella, Gnoffo, Romano, Lanza, Compagno, Daidone…
Palermo, Agrigento, Palma di Montechiaro, Licata.
Non ricordo la marca dell’auto, probabilmente una Citroen. Mi affascinava quella macchina tecnologica quasi futuristica con il cruscotto che indicava, con grandi numeri digitali, il consumo e la velocità.
Ricordo un episodio che mi colpì.
Durante un tragitto in auto, la nostra attenzione fu rapita da una bella ragazza che passeggiava sul marciapiede. In un tripudio di ormoni giovanili, io insieme ad altri, girammo le nostre teste per prolungare quella visione mentre tu restasti con lo sguardo fisso davanti a te. Pensai che fosse una casualità, che non l’avessi vista e così mi ripromisi di osservarti meglio in altri momenti. Mi accorsi così che non lo facevi mai e, di volta in volta, non potevo che ammirare quella tua eleganza mitteleuropea. Noi, al contrario, eravamo le perfette controfigure dell’immagine “Gli italiani si voltano” di Mario De Biasi.

Hai sempre amato il sole, Mondello, la Sicilia… “la pioggia mi rende triste” dicevi.
E quando il sole batteva forte a Licata era comune vederti, a torso nudo, su una sedia nel tuo balcone. In un insieme indistinto di pelle, sole, fumo… ti trasformavi in una specie di lucertola siculo-boema con la variante genetica di una sigaretta tra le labbra. Non eri ancora un personaggio televisivo ma quell’immagine da film francese ne era una perfetta premonizione.

Ammiravo molto il tuo rapporto così particolare con Vincenzo Cangelosi.
Vicè riusciva ad esserti molto vicino, percepiva, meglio di chiunque altro, le pieghe del tuo carattere, sapeva sondare con minuzia di dettagli le tue riflessioni tecniche. Il sodalizio unico e raro che in seguito si sviluppò nelle vostre carriere, ne fu uno straordinario e naturale epilogo. L’abbraccio bellissimo tra te e lui per festeggiare la promozione in serie A del Pescara mi ha commosso profondamente.

Non sei mai stato prodigo di complimenti.
Le poche volte che ti sentii dire: “bravo Massimino”, si possono contare sulle dita di una mano… credo che tu lo facessi per una “forma mentis”, un’indole caratteriale poco incline al compiacimento.  E così, se durante l’esercizio tecnico di inarcare la schiena, richiamavi l’attenzione degli altri per osservare la mia precisa esecuzione, ricevevo, questa velata lusinga, come un doppio regalo.
Non sei mai stato neanche molto avvezzo nell’esprimere apertamente i sentimenti ma anche in questo percepivo una tua barriera emozionale dispiegata nel tentativo di proteggere il cuore tenero nascosto.
La tua fuga da un’intervista mentre non riesci a trattenere le lacrime nel ricordare Franco Mancini ha confermato, con una tenerezza disarmante, quella mia tesi.

Del periodo licatese ricordo le amicizie profonde, le tante lettere scritte a mano, le passioni amorose, le lunghe passeggiate che invertivano il senso di marcia dopo aver superato il Palazzo Comunale, il gioco delle boccette nel “Circolo ricreativo” di Corso Vittorio Emanuele in cui, tra quotidiani con le stecche in legno, rivaleggiavano i miei compagni di squadra, la dirigenza della Società dall’impronta familiare, la simpatia del magazziniere Gaetano Lo Vullo, la faccia pulita del giornalista Francesco Pira, i simpatici baffi del barbiere Benigno Alongi  nel cui salone, sul corso principale, si respirava odore di mandorle, la schedina del totocalcio con le nostre fotografie appese in alcuni negozi, la trattoria “Il gallo d’oro” all’ingresso del paese con il sorriso contagioso di Peppe Fiorenza detto “u palmese” e gli spaghetti al sugo di sua moglie, le nostre stanze del pensionato di Mumu La Cognata, i momenti di relax lungo la spiaggia della Playa, il grande faro, l’acqua trasparente della Molarella, il fascino del Cristo nero, il cane appena nato trovato durante la preparazione estiva e che adottai a Palermo col nome di Toninho Cerezo (come il famoso giocatore brasiliano), le molte case prive dell’intonaco esterno, il tifoso che, durante un allenamento, dopo alcuni risultati non esaltanti, mi disse sarcasticamente in siciliano: “Lo Verde… si libero (accomunando la libertà di movimento e il mio ruolo di libero)… allora vatinni a casa”, la granita al limone con la brioche, le persone affacciate ai balconi durante le partite, il goal in mezza sforbiciata al volo nella partita contro l’Alcamo…

Queste parole vogliono essere un ringraziamento per tutto quello che mi hai insegnato.
Insieme ai miei genitori e a pochi altri hai costruito tasselli importanti della mia crescita.
Per questo, quando mi chiedono cosa penso di Zeman, rispondo semplicemente:
“Un grande Maestro di vita”.
                                                  Grazie di cuore.
                                                                               Con affetto.    
                                                                                                       Massimo Lo Verde