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Zeman, il linguaggio del calcio

30.03.2013 ZEMANlandia433
Zeman, il linguaggio del calcio
di Giuseppe Sansonna

Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere”. E’ la frase che chiude il film “La commedia di Dio”. La sussurra Joao Monteiro, visionario regista e attore portoghese. Un commiato narcisista, quietamente disperato. Suonerebbe esatto anche nel timbro cavernoso di Zeman. Che non conosce Monteiro, ma ne condivide lo stoicismo stralunato. 

 

 Il lusitano, nel suo film, è un gelataio maniacale, ossessionato dal suo lavoro. Alla ricerca dell’aroma paradisiaco, del gelato metafisico. Licenziato in tronco nel finale, emarginato dall’industrializzazione omologante del gusto. Anche Zeman è innamorato del proprio gioco assoluto, della propria anacronistica visione del calcio. Spesso sconfitta dalla cinica banalità del reale. “Vi condanno a rimanere” suona bene, se la si rivolge ai satrapi attuali del calcio italiano. Un tempo affollato di campioni, di profeti, di nocchieri carismatici. Ognuno con idee diverse, catenacciari indomiti, zonisti estremi, alla guida di provinciali di lusso o di squadroni metropolitani. Un universo variopinto, complesso, con derive epiche, raccontato da penne sottili, da sguardi acuti. La letteratura viva di Giovanni Arpino, Giancarlo Fusco, Luciano Bianciardi, Gianni Brera, che culminò nell’irriverenza spiazzante di Viola. Il calcio vissuto come ultima rappresentazione sacra, pasoliniana. Palingenesi domenicale, sana dose di oppio, di quelle che non fanno male e leniscono la noia e le fatica dell’esistere.
Oggi il calcio è diventato flebo perenne. Un flusso permanente, che intasa i neuroni residui, abradendoli. L’attesa, come nell’amore, è la pausa che dà il senso all’evento. Il silenzio esalta l’essenza della musica. Sostituito dal chiacchiericcio continuo, tristemente polifonico. Triste corredo delle partite spalmate. Affidato a faccioni stolidi, a vacuità logorroiche. Lontane dalla poesia, ma perfino da una prosa decente. Istigatori ottusi dell’analfabetismo di ritorno. Alimentatori del forcaiolismo. Della decapitazione compiaciuta di chi ieri veniva esaltato. Sempre per convenienza, mai per convinzione. Senza mai approfondire con sottigliezza i meriti profondi e gli eventuali limiti, magari in maniera costruttiva. Banalizzando in slogan. In questi studi sfavillanti di neon, il calcio viene sottoposto a regie da film d’azione americano, intrise di carrelli, zoomoni, dolly, panoramiche, si rianima il cadavere di un calcio italiano sempre più povero. Per ammirare il Foggia zemaniano, il Napoli di Maradona, Il Milan di Sacchi, era sufficiente un totalone, a camera fissa, senza trucchi da Matrix. La regia era interna. Era deglia allenatori e degli interpreti sul campo. Una serie A che aveva progressivamente esiliato Zeman, utile solo da citare come esperto di doping. Tirato in ballo per strappargli una dichiarazione su qualsiasi caso di doping avvenisse su scala planetaria, anche nelle corse di levrieri. “Mi piacerebbe essere chiamato quando succede qualcosa di bello, non sempre e solo davanti alla brutture dello sport” mi confessò una volta con un sorriso estenuato. 
A Pescara aveva trovato il clima ideale, una sintonia magica. E l’utopia era diventata concreta. Davanti a questi fenomeni si può solo constatare che il suo calcio non è un delirante anacronismo. E’ arte concreta. Una volta, mentre giravamo “Due o tre cose che so di lui”, davanti a chi mi diceva che con Zemanlandia, alla fine , si erano guadagnati pochissimi soldi, rispetto al successo del documentario, Zeman proferì una frase delle sue. Stava fumando addossato al muro, lo sguardo fisso sul mare termolese. “Lui non ha fatto per soldi. Certe cose le fai per la gente”. Magnifica sintesi. Il calcio e il cinema come linguaggio d’autore. Poco incline ai compromessi omologanti. Cura estrema dei dettagli, intelligenza nello scegliere e plasmare gli interpreti. Prove accurate e ripetute, a rischio di creare noia nel cast e nella troupe. Per ottenere, sul palcoscenico erboso, quel gesto collettivo che apparirà carico di senso. Inserito in un’armonia collettiva. I grandi attori lo sanno: se non c’è sintonia umana, non si creerà nulla e il pubblico lo avvertirà. Quella stessa folla, sensibile e trasversale, che da anni mostra la propria gratitudine al Boemo, da San Siro a Cava dei Tirreni. Sentono che Zeman, quel tacito patto non l’ha ma tradito. Tu che paghi un biglietto e dedichi il tuo tempo appassionato al calcio, hai diritto ad assistere a qualcosa. Ad una scintilla di bellezza che deve accendersi, per novanta minuti. Se sei venuto per osservare un tabellino, che attesti la vittoria della tua squadra, potevi rimanere a casa. “Ad esultare o deprimerti davanti al comunicato stampa” come dice lo stesso Boemo.
Se l’incanto non si manifesta resta solo un drappello di uomini un mutande che inseguono un pezzo di gomma gonfiato, di forma sferica. Per questo Zeman mi commuove ancora una volta, quando rientra con magnifica inadeguatezza in un ghetto meschinello come il calcio italiano, presentandosi ancora come educatore. Con l’onestà ferrea ed indecente di chi si assume il peso dei propri sessantacinque anni. Ben sapendo che, tra le ipotesi più verosimili sul senso nella vita, c’è proprio la trasmissione generazionale di valori. Da padri, non da ipocriti paternalisti. Ma questi venti-trentenni hanno, salvo eccezioni, facce alienate, vagamente depresse. Sono invecchiati nel conformismo, senza diventare saggi. A cominciare dalla retorica patriottarda, racchiusa in un evento illuminante. Prandelli, paternalista istituzionale ravviato come Gaspare, l’indimenticato sodale di Zuzzurro, convoca Farina in nazionale. L’eroe del Gubbio che non si è piegato all’omertà da combine. Dopo le pompose celebrazioni, viene rapidamente indotto all’esilio inglese, abbandonando il calcio ad appena trent’anni. Non si sa mai, meglio essere previdenti, hanno pensato all’unisono gli addetti ai lavori, salutandolo senza rimpianti. 
Con l’avallo dei suoi illustri colleghi. Anestetizzati da ingaggi aurei che ritengono dovuti per diritto divino, passano il loro tempo tra i social network e le playstation. Le scommesse sono una variante, appena più pepata. Trovarsi davanti quel vecchio di Praga che vorrebbe vederli uscire dall’alienazione e diventare amici, è perturbante. Sentirsi ricondotti alla propria condizione di atleti suona poi come una bestemmia, un insulto personale. Allora meglio remare contro. Il popolo tifoso sarà con te, in larga parte. Vai vezzeggiato, compreso. Nel gorgo demenziale delle radio capitoline, il rumore di fondo dei tifosi più inebetiti e dei tribuni della plebe si confonde. Cacciatelo, quel pazzo, che pretende da De Rossi la disponibilità atletica e tattica. Che gli chiede di inserirsi nei suoi schemi. Lesa maestà. Eppure Totti, che il bimbo dentro di sé non l’ha ancor ucciso, ha riscoperto con Zeman la bellezza un po’ sopita di essere un campione sul campo, non solo mediatico. Non gli è bastato, il suo aiuto, a quel praghese fuori dal mondo, che chiede al lungagnone olandese dallo sguardo opaco, noto come Stekelenburg, di acquisire abilità pedestri. O, follia pura, di imparare l’italiano per comunicare con i compagni di reparto. 
Conosco molti coetanei del portiere olandese, laureati e iperspecializzati. Davanti alla richiesta di imparare il cirillico in un mese, per strappare un contratto a tempo determinato da millecinquecento euro al mese, lo farebbero senza fiatare. Me compreso. Ecco perché, una volta di più, Zeman diventa la cartina al tornasole delle nostre contraddizioni squalliducce, non solo calcistiche. E’ importante che rimanga sulla ribalta del calcio. Anche in provincia, dove i ragazzi non sono ancora corrotti dalla grettezza. Purchè si possa ancora ascoltare il suo linguaggio, sui campi di calcio.