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Campionato da farmacia

20.08.1998 L’Espresso

Campionato da farmacia


Sostanze-bomba. Bibite ipernutrienti. E una corsa sempre più incontrollabile alla pillola miracolosa. Anche nel mondo del calcio. È quello che teme il tecnico della Roma. Che per questo ha deciso di parlare. Ecco quello che sa. E che cosa ha raccontato ai magistrati
di Gianni Perrelli
L'uomo che sta provocando un terremoto nel territorio di per sé sismico del calcio nazionale è un personaggio che sembra scaturito dalla penna di Luigi Pirandello. È uno, nessuno e centomila Zdenek Zeman, il cinquantunenne tecnico della Roma di origine boema, che con la sua intervista all'"Espresso" ("Anche il calcio ha il mal di Tour", n. 32), denunciando l'invasione di farmaci che rischiano di trascinare il mondo del pallone sui sentieri minati del ciclismo, ha messo in moto le procure, innescato querele, attizzato polemiche, provocato l'intervento del governo. Interrogato dalla magistratura sportiva e da quella ordinaria martedì 11 e mercoledì 12 agosto, ha confermato i suoi timori: “Pur di ottenere il risultato si potrebbe scatenare una corsa all'uso di sostanze farmacologiche sempre maggiori: se un calciatore assume tre grammi, un altro per fare meglio ne prenderà 20, poi 30, poi 40. Bisogna fare qualcosa”


Coerente, cocciuto, coraggioso nelle sue crociate contro le storture del sistema. Ma allo stesso tempo enigmatico, sfuggente, reticente. Nei suoi ripetuti scontri con i poteri forti Zeman non ha mai portato il colpo da ko. I bersagli preferisce lavorarli ai fianchi, distillando gli affondo con studiata lentezza. Un'anomalia, in un mondo facile alle eccitazioni, ma soprattutto prono al conformismo. Una figura scomoda. Un cane sciolto che non ha mai avuto peli sulla lingua. Non uno spaccone, come qualcuno l'ha dipinto. Non uno che spara balle. Le sue campagne non sono mai gratuite. L'unico limite è lo stile espressivo che privilegia il distacco. Sulle prime non si capisce mai se Zeman, mascherandosi dietro la cortina delle ironie e delle allusioni, scherza o dice la verità. Per lo più i suoi sono paradossi: verità dette troppo in fretta. 
Anche in quest'ultima, proibitiva crociata, ha esordito quasi con nonchalance. La prima scossa di terremoto risale alla fine di luglio, durante il ritiro della Roma a Predazzo. In coincidenza con gli scandali che avvelenano il Tour, lancia il suo grido d'allarme contro i farmaci che invadono il calcio. Non parla di doping. Denuncia solo di essere inondato da dépliant di ditte che nel reclamizzare i prodotti assicurano ai calciatori aumenti di rendimento del 50 per cento. Di che sostanze si tratta? Zeman si dichiara incompetente, ma fa una riflessione. Se un calciatore è sano non ha bisogno di aiuti chimici. Le medicine si somministrano solo agli ammalati.
Le reazioni sono piuttosto tese. C'è chi lo accusa di dire spropositi solo perché, non vincendo mai nulla di importante sul campo, l'unico modo per attirare l'attenzione sarebbe quello di spararle grosse. C'è chi gli rinfaccia di scagliare il sasso e ritirare la mano. Perché non fa i nomi delle ditte e dei farmaci? Perché allude e non fa accuse circostanziate? 
Zeman decide di non buttare altra benzina sul fuoco. Ribatte col suo sorriso ironico, con mezze battute. Come se non fosse personalmente coinvolto. Nell'afa estiva diminuiscono le scosse di assestamento. Sembra tutto rinviato alla deposizione che farà davanti alla procura anti-doping del Coni. Ma l'intervista all'"Espresso", concessa ai primi d'agosto, fa precipitare gli eventi. L'allarme stavolta è più circostanziato, anche se si parla sempre di farmaci, mai di doping. Scoppia il finimondo. E partono inchieste che estendono l'indagine a 360 gradi, chiamando in causa più di una società calcistica.



Zeman affronta anche l'occhio del ciclone con il suo sguardo vagamente strafottente. È sicuro di sé. Indifferente persino agli insulti che gli piovono addosso. Non smentisce i fondamenti di una personalità abituata a navigare contro corrente. Non ha avuto una vita facile, Zeman. A 21 anni, dopo aver praticato diversi sport, è costretto ad abbandonare Praga (la città natale) in seguito all'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Ripara a Palermo, in casa di uno zio, Cestmir Vycpaleck, ex gloria del calcio boemo che - per ironia della sorte - in Italia ha conosciuto i suoi momenti di gloria (prima come calciatore, poi come allenatore) proprio con la Juventus. In Sicilia, comincia la sua carriera di tecnico dal calcio minore, sviluppa un suo personalissimo disegno del gioco a zona che privilegia lo spettacolo e gli schemi offensivi. Un rivoluzionario. Un antesignano di Arrigo Sacchi, che stenta però a imporre le sue visioni. Viene esonerato dal Parma. È rilanciato dal Foggia, che sotto la sua guida assume una fisionomia estrosa e colleziona, nel bene e nel male, risultati roboanti. 
Zeman si caratterizza come un fantasista della panchina, capace di estrarre ogni sorta di diavoleria dal suo alambicco tattico. Approda così alla Lazio, la sua prima grande società, che conduce a buoni risultati, ma non allo scudetto programmato. E nell'inverno del '97, alla prima vera crisi della squadra, è divorzio. È sostituito da Dino Zoff, il suo presidente. È una vicenda che lo amareggia. Da integralista della professione, aveva vissuto la Lazio come una fede. Ma l'esilio dal calcio dura poco. In primavera accetta le offerte della Roma, l'altra sponda, creando sconcerto fra le avverse tifoserie per il voltafaccia che sta però diventando regola nell'iper professionistico calcio d'oggi. Daniela Fini, moglie del leader di An, e laziale doc, scaglia il suo anatema, giurando che mai più nella vita avrebbe consentito di sedersi a cena al tavolo con l'ex idolo Zeman.
Anche nella Roma trapianta la sua filosofia. Calcio d'attacco, coerenza nel perseguire le sue idee, refrattarietà al tavolo del dubbio. La Roma, tra campionato e coppa Italia, perde quattro derby cittadini nella scorsa stagione. Una Waterloo. Ma Zeman non batte ciglio. Non fa mai autocritica. Dopo ogni sconfitta ripete che rifarebbe le stesse mosse. Lasciando intendere che a condannarlo è solo il risultato. Sul piano del gioco, il gigante è la sua squadra. La riabilitazione arriva nello scorcio finale del campionato, quando la Lazio crolla e si fa scavalcare dalla Roma. Ma anche quando i fatti gli danno ragione, Zeman non è maramaldo, ostenta il solito sorrisino, l'eterna sigaretta a penzoloni.
Poco si sa della sua vita privata. Una moglie (siciliana), un figlio (universitario), la consegna della riservatezza. Un mix di introversione boema e di diffidenza siciliana. Quando decide di staccare, si rende irreperibile anche dai suoi datori di lavoro. In luglio, durante una vacanza in barca fra Palermo e Lampedusa, spense il telefonino. Non riuscì per un paio di giorni a parlargli neanche il suo presidente.
Non ama far comunella con i giornalisti. Lesina le interviste. E, tra una dichiarazione e l'altra, si concede lunghissime pause. Non imposta quasi mai i temi. Va a rimorchio delle domande. Ma non si tira indietro, risponde a monosillabi o con brevi frasi taglienti. Tra le repliche che nel colloquio con "L'Espresso" non hanno trovato spazio per la pubblicazione, spiccano due rivendicazioni. .Sbaglio naturalmente anch'io. Ma credo sempre fermamente in quel che faccio.. E, sui suoi controversi rapporti coi calciatori (screzi con Totò Schillaci, scontri con Abel Balbo): “Non sono mai io a litigare. Sono gli altri che litigano con me.” Eccesso di presunzione? Può darsi. Ma Zeman non si mostra mai saccente. Non dà mai fiato alla bocca. Alle domande sui temi di cui sapeva poco ha sempre risposto “Non so, non conosco.” Sembrava sincero.
Nel colloquio con "L'Espresso" non si accusava nessun calciatore di essere drogato. Nell'introduzione, era specificato che in fatto di doping nel football circolavano solo bisbigli e maldicenze, senza prove. Lo spirito dell'intervista era quello di una riflessione sui rischi che, con l'abuso dei farmaci, il calcio venga contagiato dai veleni del ciclismo. La Juve è stata chiamata in causa solo per la vivacità di alcune reazioni. Ma va sottolineato che Zeman ha avuto anche espressioni di elogio per la vecchia signora. Che senza ombra d'ironia ha definito la signora del campionato. E anche per il collega Marcello Lippi, che era nella lista dei suoi tecnici preferiti per la guida della Nazionale in sostituzione di Cesare Maldini.
Di Gianluca Vialli e Alessandro Del Piero si è parlato solo nell'ambito di esplosioni muscolari forse un tempo meno evidenti nell'ambiente del calcio. Ma senza alcun riferimento a sostanze proibite. Il tecnico boemo si è limitato ad esprimere meraviglia per la rapidità dei progressi. Non mancheranno gli esperti in grado di sostenere che certi rapidi risultati possono trovare una spiegazione nel perfezionamento del training atletico (oggi la Juve ha tre istruttori) imposto dai ritmi frenetici di un calcio sempre più dispendioso e competitivo. Non erano ovviamente in discussione i valori tecnici di Vialli e Del Piero, riconosciuti in tutto il mondo. Né la gloria centenaria e i successi della Juve. La conversazione aveva un respiro ben più ampio, orientato a costruire una diga contro l'intreccio tra farmacopea e forme esasperate di business che può esporre il calcio a tanti pericoli. Non ha dunque torto Zeman quando rifiuta il ruolo di imputato solo per essersi fatto paladino della salute dei calciatori. 
“Dormo sempre tranquillo” ci ha detto Zeman al termine del colloquio. Chissà, forse riuscirà a mantenere il suo aplomb anche in queste notti di psicodramma nazionale. In cui si gioca la partita più importante della carriera.