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Salvatore BURRAI “Zeman è l’allenatore che mi ha insegnato di più”

18.04.2013 a “ZEMANlandia433”

SALVATORE BURRAI “Zeman è l’allenatore che mi ha insegnato di più” 

di Stella Corigliano

SALVATORE BURRAI, uno dei protagonisti di quel “flipper dei lillipuziani” (cit. Giuseppe Sansonna) che nel 2010/11  ha incantato lo Zaccheria con prestazioni da incorniciare.

Centrocampista zemaniano  a tutto tondo, 25 presenze con la maglia dei satanelli, Burrai poteva essere il quarto “bambino” di quel Foggia (dopo Insigne, Kone e Romagnoli) a seguire il Maestro a Pescara. 

 

  

 Zeman lo aveva chiamato e lui lo avrebbe raggiunto anche a piedi, se non fosse rimasto ingabbiato dal braccio di ferro burocratico tra Casillo e Cellino sulla proprietà del suo cartellino. Arida storia di un calcio fatto di business e ripicche  che se ne infischia di tarpare le ali a un ragazzo che, se avesse avuto l’opportunità di lavorare un secondo anno nelle mani di Zeman, avrebbe potuto scrivere una pagina memorabile della sua giovane carriera. Ma Burrai, carattere ostinato da sardo verace, non demorde:  nel Latina si trova bene e ne è protagonista. Ma ci tiene a precisare che anche a Foggia ha vissuto una stagione indimenticabile.  E per “ZEMANlandia433” parla del suo MAESTRO.

Che tipo di allenatore è Zeman e cosa ti ha insegnato?
“Mi ha insegnato a lavorare con tanta intensità e spirito di sacrificio. A livello tattico penso che sia l’allenatore che mi ha insegnato molto di più tra tutti quelli che ho avuto. Come persona il Mister all’inizio, quando ancora non lo conosci, può sembrare un burbero. Mentre negli allenamenti col passare del tempo si fa conoscere, magari con poche parole, per la sua ironia. In Zeman ho conosciuto una persona per bene e molto colta”.

In cosa Zeman è diverso dagli altri allenatori?
“Nel modo di lavorare. E’ vero che i suoi allenamenti sono molto duri però poi in campo hai il riscontro dei risultati. E’diverso anche nella mentalità e nel metodo con cui ti trasmette le cose: parla poco ma quando parla ti colpisce perché non parla mai a caso. Ogni parola è mirata”.

Una frase in particolare che ti ha particolarmente colpito?
“Nessuna in particolare o forse tutte. Le sue frasi non erano inventate al momento ma facevano parte del metodo con cui ci trasmetteva la sua idea di calcio. Quando l’ho conosciuto io in ritiro forse non aveva nemmeno tanta voglia di scherzare: eravamo in un momento difficile perché eravamo appena 12 in ritiro e facevamo a stento una squadra di calcetto”.

Tu con Zeman hai giocato sia da centrale di centrocampo  che da intermedio.  Quali indicazioni tattiche ti dava  Zeman, nell’uno e nell’altro ruolo?
“Quando mi impiegava come play mi chiedeva di giocare la palla sempre in avanti e mai indietro, tanto meno in orizzontale. Voleva che giocassi sempre in verticale e con pochissimi tocchi. Da intermedio invece mi chiedeva gli inserimenti, le sovrapposizioni, di andare a pressare in continuazione quando la palla ce l’avevano gli avversari. Ed è per questo che ci tengo a ribadire che è l’allenatore che mi ha insegnato di più”.

In quale ruolo preferivi giocare?
“Devo essere sincero, io inizialmente preferivo giocare davanti alla difesa. Poi nell’assetto della squadra come centrale c’era Salamon e mi ricordo che a Castellamare il Mister mi fece giocare da mezz’ala e mi trovai molto bene. Da quel momento con Zeman ho sempre preferito giocare da intermedio anche se quell’anno ho fatto altre partite come play”.

Ti piacerebbe un giorno tornare a lavorare con Zeman?
“Sicuramente sì. Ci sono stato anche molto vicino dopo Foggia. Penso che lavorare con Zeman sia motivo di orgoglio per tutti i giovani, perché lui ha tanta stima e fiducia nei giovani.  Li fa giocare senza nessun timore, per cui se dovesse capitare l’occasione con Zeman ci andrei subito e volentieri”.

Nonostante i sacchi, i gradoni e le ripetute?
“Quello è l’ultimo dei miei pensieri. Perché una volta che ti abitui al ritmo dei lavori di Zeman anche quei carichi di lavoro diventano abituali, quotidiani e quindi non mi spaventa il suo metodo di lavoro”.

Non si può parlare di te a Foggia con Zeman e non ricordare la figura di Franco Mancini.
“Franco per noi più che un allenatore è stato un compagno di squadra capace di darci sempre preziosi consigli. Durante gli allenamenti è capitato più di qualche volta che andasse in porta ed era un piacere vederlo parare. Lo ricordo come una persona che aveva voglia di scherzare e di sorridere, ma anche tanta voglia di lavorare. Di Franco conserverò sempre un ottimo ricordo, per tutto quello che lui insieme a Cangelosi mi hanno insegnato soprattutto a livello umano”.