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RICCARDO LUNA “La rivoluzione degli innovatori. Perché quelli che vogliono cambiare il mondo non aspettano. Lo fanno”

26.10.2013 ZEMANlandia433

RICCARDO LUNA “La rivoluzione degli innovatori. Perché quelli che vogliono cambiare il mondo non aspettano. Lo fanno”

Intervista di Stella Corigliano

Il virgolettato del nostro titolo è il sottotitolo della copertina del libro “Cambiamo tutto!” di Riccardo Luna.
La rivoluzione degli innovatori. Perché quelli che vogliono cambiare il mondo non aspettano. Lo fanno”. Gran bel concetto! Ci ha colpito perché Zeman è stato ed è un innovatore, che volendo cambiare il mondo del calcio non ha aspettato, lo ha fatto. O quanto meno ha provato a farlo evidenziando un codice etico-sportivo vilipeso, oltraggiato e disatteso.

Ospite di supremoboemo.it il giornalista RICCARDO LUNA. È stato vicedirettore del Corriere dello Sport e redattore capo nel settore sport de La Repubblica. Fondatore nel 2004 del quotidiano Il Romanista di cui è stato direttore per i primi 4 anni. Nel febbraio del 2009 è stato il primo direttore dell’edizione italiana della rivista americana Wired, da cui si è dimesso nel maggio 2011. Dal settembre dello stesso anno scrive di innovazione su La Repubblica. Cura varie rubriche anche su Vanity Fair e Traveller. Dal gennaio 2012 è presidente di Wikitalia e tuttora direttore responsabile del blog Che Futuro! Lunario dell’innovazione. E prima di passare all’intervista, nel suo vasto curriculum mettiamoci pure: grande estimatore di Zdenek Zeman da sempre!

Partiamo dal tuo libro “Cambiamo tutto!” di cosa tratta e quali finalità si propone?

E’ il racconto di una rivoluzione in corso in Italia. Una rivoluzione fatta non di occupazioni delle piazze, non di cassonetti bruciati, ma fatta da persone che davvero stanno cercando di cambiare il nostro modo di vivere, con dei progetti concreti che riguardano la scuola, il mondo del lavoro, la scienza. È in corso un cambiamento profondo in Italia, che spesso non viene raccontato dai media un po’ per pigrizia, ma anche perché, per fare notizia, devi fare una cosa brutta. Se internet servisse a fare una cosa brutta farebbe notizia ogni giorno e spesso lo fa. Invece tutte le cose positive che crea la rete , queste incredibili reti di persone che davvero provano a portare dei cambiamenti importanti non fanno notizia, ma prima o poi la faranno perché stanno diventando sempre più rilevanti.

Riccardo Luna, ormai lontano dal mondo del calcio. Solo professionalmente o anche emotivamente?

Ho visto così da vicino il mondo del calcio e per tanto tempo da avere una forma di rigetto. Ho lasciato Il Romanista nel 2008 e mi sono innamorato di questo mondo e ritengo una grande fortuna l’aver scoperto l’innovazione, credo che sia molto utile socialmente quello che stiamo facendo adesso, cioè di raccontare e di connettere le persone per farle diventare importanti in questo Paese. Non guardo più le partite perché viaggiando molto quando torno a casa  voglio stare con i miei figli. E visto che sono ancora piccoli io non riesco a dire a mio figlio che mi ha aspettato magari per due giorni “scusa adesso Papà deve vedere la partita”. Quando mio figlio mi dirà “papà mi porti allo stadio?” ci andrò tutte le domeniche con lui. Ma per ora preferisco guardare  Spongebob o Mary Poppins con i miei figli, onestamente.

Nel 2003 fosti il primo giornalista a scrivere di Calciopoli ma il Corriere dello Sport non permise la pubblicazione della tua inchiesta.  Nello 2004 fondasti un tuo quotidiano, Il Romanista, e lì pubblicasti la tua inchiesta su calciopoli. I fatti ti dettero ragione.

Quando ero al Corriere dello Sport fu facile arrivarci perché le storture del calcio erano sotto gli occhi di tutti. Lì ho passato un anno e mezzo come vicedirettore e tutti sapevano tutto: tutti sapevano chi davvero comandava, tutti sapevano chi davvero controllava, tutti sapevano le storture di quel mondo. Quando il direttore Xavier Jacobelli mi chiese “te la senti di fare un’inchiesta” io, che venivo dalla scuola di Repubblica, avevo tutti gli strumenti culturali per fare un’inchiesta molto solida… forse  troppo solida e quindi  finì come finì. Al Romanista invece è stato molto semplice. Un giorno è arrivato un signore con una pen drive e mi disse “questo è per tutto quello che le hanno fatto prima”… io la misi nel mio computer e c’erano tutte le intercettazioni di calciopoli. Non ho mai saputo chi fosse quella persona.. forse uno dei servizi segreti, forse no, però in quella pen drive c’era dentro tutto. Forse cercavano uno che avesse abbastanza coraggio per pubblicarla ed io pubblicai tutta l’inchiesta.

Un tuo articolo su Il Romanista ricostruì passo dopo passo i motivi per cui Rosella Sensi nel 2005 chiamò Spalletti e non Zeman.. successivamente gli atti di calciopoli ne hanno spiegato i motivi.. L’ingerenza Moggiana si fece sentire. Ma fu solo Moggi o anche il potere delle banche?

E’ vero. Io quel periodo credo di aver fatto con grande serietà il mio lavoro. L’ho fatto dalla parte della Roma che non sempre significava dalla parte di chi dirigeva in quel momento la Roma. Ho fatto delle battaglie impopolari a volte anche nei confronti della Sensi. E credo di averlo fatto con tutta la passione possibile.  Al di là delle cose toste tipo calciopoli abbiamo fatto altre cose belle come la raccolta fondi per comprare un’ambulanza intitolata a Luisa Petrucci. Dopo di che quella fase della mia vita si è chiusa e io non mi guardo più indietro. E’ stato così sgradevole quel periodo di convivenza con la Roma di Rosella Sensi e con tutto quello che c’era intorno che non ne parlo più. Arrivai pure a subire attacchi e insulti  quotidiani a prescindere, quel che è peggio estesi anche alla mia famiglia, da parte di una radio romana. A quel punto dissi “ok grazie, ma per il calcio non ne vale la pena”.

In un tuo stralcio autobiografico leggo “Sono appassionato di  storie idee e persone che cambiano il mondo e in particolare l'Italia”. Quindi Zeman rientra in questa tua passione? Zeman con le sue idee è una persona che ha provato a cambiare l’Italia?

Zeman è una persona che io stimo molto, l’ho seguito con grande passione a quei tempi. Ho tifato per il suo ritorno alla Roma. Ha cambiato sicuramente la percezione del doping. Prima c’era una percezione del doping che era diversa. E soprattutto ha fatto passare un concetto di etica nel calcio che oggi non è dominante ma è quanto meno più rilevante. Oggi quando parliamo di etica nel calcio parliamo di una cosa che sappiamo riferirsi alle battaglie fatte da Zeman. Come allenatore avrebbe meritato di avere più successo.

Una delle frasi celebri di Zeman recita “Penso di aver dato qualcosa di più e di diverso alla gente”. Cosa ha dato di più e di diverso? Per riprendere il titolo del tuo libro, Zeman ha provato a “cambiare tutto”?

Zeman lo ha fatto. Quello che forse non ha fatto è che non è stato in grado di fare “rete”. Le persone da sole non possono fare un cambiamento, reti di persone positive  possono imporre un cambiamento. Il Sistema è così complesso che da soli non lo si cambia. Da soli si può fare una bellissima battaglia eroica, donchisciottesca che resta e ce la ricordiamo, ma per cambiare bisogna unirsi.

Zeman nel ‘98 mise il dito nella piaga del doping… Ritieni che ci sarebbero voluti altri Guariniello nelle procure di altre regioni?

Quel processo ha messo in evidenza delle cose importanti. Probabilmente c’erano anche altre squadre che adottavano pratiche sbagliate, ma secondo me quel processo è stato così importante simbolicamente che è valso per tutti.

Esiste ancora il Sistema nel calcio?

Secondo me qualcosa è cambiato. Credo che nel calcio sia in corso una internazionalizzazione che non è banale. Il fatto stesso che la Roma sia degli americani e l’Inter dei tailandesi rappresenta un cambiamento profondo che probabilmente rimescola anche le carte rispetto a quello che era prima un Sistema chiuso che ruotava intorno a una grande banca.

Calcio-Business in tempi di crisi… cosa ci vuole per salvare il calcio?
Intanto penso che la vera cosa che manca al calcio sono le famiglie ed anche per questo ora ne sono molto distante. E’ una battaglia che feci per il Romanista con grande convinzione ma senza successo, che era quella di riportare le famiglie allo stadio, creando degli stadi a dimensione di famiglia, facendone un luogo dove io possa andare a portare mio figlio e passarci tutta la giornata a giocare, a vedere le cose, a fare acquisti e infine a godermi la partita. Non c’è più quell’atmosfera che c’era quando ci andavo io da ragazzino.

In questo senso hanno influito anche le pay tv ad allontanare le famiglie dagli stadi?

Non credo perché, nonostante le pay tv, io vedo la domenica i cinema pieni di genitori con i ragazzini perché evidentemente sono posti accoglienti. Se gli stadi diventassero posti accoglienti e divertenti io da papà ci porterei i miei figli tutte le domeniche.

Tu scrivi di innovazione su La Repubblica… per analogia Zeman è un innovatore oggi come trent’anni fa?

Io ho grande rispetto e considerazione per tutto quello che Zeman ha fatto nel calcio. Non so se Zeman ha ancora qualcosa di nuovo da dire. Sicuramente Zeman nel calcio continua ad essere un innovatore se si pensa ai giovani che è capace di lanciare ora come allora e in questo senso oggi manca al calcio.