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“Senza un soffio d’aria, oppresso dal sole di piombo”

06.07.2014 Dal nostro forum

“Senza un soffio d’aria, oppresso dal sole di piombo”

di Silverio Zanobetti

Cesare (dei Cesaroni) Prandelli si è dimesso in quanto è “fallito il suo progetto tecnico”. Un signore, direte voi. “Non voglio sentirmi dire che rubo i soldi dei contribuenti”, che gesto dignitoso, direte voi, al passo dei tempi di una politica che sta tentando di rinnovarsi e ringiovanirsi.

Ma siete così sicuri? Dopo aver spinto i giocatori a “giocare anche per la Patria”, l’interprete del renzismo calcistico, ha deciso dopo qualche giorno di lasciarla, la sua Patria. Triennale da 4,5 milioni, più 500 mila di bonus se vince il campionato al Galatasaray. Il calcio consuma più velocemente i personaggi e i burattini rottamatori: sarà forse questa la vera essenza del renzismo? Trasformarsi da ultima spiaggia della vecchia politica a una fucina di giovani Schettino, pronti alla fuga da un calcio malato e destinato ad inabissarsi?

Ma queste sono bazzecole, sono discorsi da vecchie zitelle di provincia, direte voi. E allora parliamo del famoso “progetto tecnico”. Un progetto tecnico dovrebbe nascere dalle idee di un allenatore giovane che voleva portare idee tattiche ed etiche nuove nel calcio, un progetto tecnico implica la costruzione di un’idea tattica e tecnica da portare avanti, della costruzione di un gruppo sano a partire dalle proprie convinzioni personali. Esiste il “progetto tecnico” Italia? Sulle intenzioni di Prandelli è inutile concentrarsi, il processo alle intenzioni è qualcosa di sterile e metafisico: non ne usciremmo mai.

E allora sarà bene analizzare le azioni del selezionatore azzurro. Prandelli ha seguito la logica gattopardesca e si è adeguato: “Questi italiani non vorranno mai migliorare sé stessi perché si considerano già perfetti! In loro la vanità è più forte della miseria!”. Da chi partirà il Cesarone? Certamente da Pirlo, insostituibile. Ma a quel punto con Pirlo in campo si è sentito costretto ad un centrocampo folto, a 5. Benissimo. Ma poi? Già, l’altro pilastro è Daniele De Rossi, cosa fai? Non lo porti? Certo che lo porti. Il terzo doveva essere Montolivo, anche lui figliol prodigo di Prandelli e autore di una stagione col Milan inequivocabile (nel male per noi, evidentemente nel bene per Cesarone). Ma Montolivo fa crack e allora siamo costretti a chiamare Verratti, ma guarda un po’. A dirla tutta una fortuna sfacciata di Prandelli, che quando indovina una mossa deve ringraziare gli infortuni. A quel punto 3 registi (a dirla tutta, 2 registi e un mediano basso) in mezzo il campo non vanno, troppa staticità, pochi movimenti e inserimenti. Il genio di Orzinuovi ha trovato la soluzione: dare dinamicità con altri due centrocampisti come Marchisio e Candreva.

Bene, centrocampo perfetto e completo. Però… aspetta un attimo… aggiungendo le due ali quanti centrocampisti ho messo? 6 centrocampisti. Con tutti questi centrocampisti “potremmo così addormentare la partita” (oltre che gli spettatori) pensa Prandelli, in fondo Marchisio e Candreva si inseriranno. Certo, tutte le squadre che puntano almeno ai quarti di finale hanno 4 giocatori molto offensivi mentre noi siamo più furbi di tutti e ci accontentiamo di vicere, baroni, baronetti, capetti che gestiscano spogliatoio e impongano con la loro ingombrante presenza scelte tattiche.

Come trovare un attaccante completo che sappia reggere il peso dell’attacco, una prima punta che dia profondità in caso di difese alte e che lotti su ogni pallone per proteggerlo e indovinare il tempo giusto per regalare passaggi invitati per gli inserimenti da dietro? Come? Non esiste un giocatore così forte? Ma noi ce l’abbiamo! Balotelli! Quello che non si sente prima punta, che non riesce a dare mai profondità, che gioca meglio da seconda punta, quello che negli ultimi anni riesce a combinarne una più del diavolo, a spaccare spogliatoi, litigare con allenatori, indisciplinato in campo, atteggiamento arrogante così lontano da un professionismo mai pienamente incarnato. Direi personaggio più antitetico al giocatore che serviva a Prandelli non ci può essere. E dire che questa è l’unica idea del famoso progetto tecnico di Prandelli! Subito rigettata dai vecchi della squadra.

Ma come, ma Prandelli non era un grande gestore? Ma se non puoi insegnare idee tattiche e plasmare la squadra in così poco tempo almeno doveva preoccuparsi di costruire uno spogliatoio omogeneo e sano. Le numerose dichiarazioni di vari giocatori, l’uno contro l’altro, la dicono lunga sulla qualità delle scelte del Cesarone.

Cesarone ha puntato su Balotelli e ha fallito. Il resto se l’è ritrovato e per paura di cambiare un calcio malato ha assunto la solita posizione gattopardesca. Si limita a riproporre la difesa vincente bianconera, forte, come no, ma la mano prandelliana non si è vista neanche in difesa. Oppure qualcosa c’è, aspetta! Da ricordare un Chiellini terzini di una difesa a 4 nella prima partita che in realtà, come è stato ben notato dal Maestro, era un 3-6-1 con De Rossi che si abbassava e Chiellini che si alzava. Ecco la mossa geniale, alzare Chiellini a centrocampo. E il centrocampo  con i terzini come esterni, non è un grande idea? Ma tanto Cesarone può contare sui giornali che scrivono 3-5-2 per la partita con l’Uruguay perché, in fondo, anche loro mica vogliono cambiare il sistema calcio in Italia… salvo poi inneggiare al fallimento dello stesso, alla crisi dei settori giovanili il giorno dopo la sconfitta. Malafede giornalistica.

Insomma, Cesare Prandelli non ha fallito nessun progetto tecnico, si è adeguato e si è fatto imporre la solita formazione eccetto che per due modifiche allucinanti, contro ogni logica tecnico-tattica, come Balotelli e i terzini a centrocampo (compreso la ciliegina Chiellini esterno di centrocampo in fase offensiva). Ecco perché Prandelli, mentre annunciava il “fallimento del suo progetto tecnico” la stava contemporaneamente già facendo franca perché, ammettendo la sua colpa, faceva credere a tutti che qualcosa aveva pur fatto, che la responsabilità di certe decisioni se l’era presa, che il gruppo l’aveva costruito, che le idee ce le aveva messe. In realtà, questo pastrocchio è figlio di non scelte, di un’Italia in cui anche quando si inventa un modulo assurdo (3-6-1 o, se vogliamo riportare Chiellini al suo posto, 4-5-1) niente cambia nell’espressione del gioco italiota.

La vanità di un’Italia che si considera perfetta, di un Balotelli nominato già campione (quando, invece, dovrebbe pensare a giocare gli altri 87 minuti rispetto ai 3 di speciali giocate che si concede) torna, come racconta Giuseppe Tomasi della Sicilia della sua infanzia, stordita nel deserto di idee e nello smisurato paesaggio del feudo italiano “senza un soffio d’aria, oppresso dal sole di piombo”.