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Vedrò con mio diletto

20.04.2014 Dal nostro forum

Vedrò con mio diletto

di Silverio Zanobetti

Le lievi note dell’Aria “Vedrò con mio diletto” di Vivaldi sembrano leggere danzatrici sulle punte. E allora la musica non è il musicale, musicale può essere un gesto, una combinazione veloce, un’orchestra di undici strumenti in mano ad un Maestro.

Cos’è diventato il calcio. Colui che è in possesso della sfera guarda, aspetta di intendersi con un compagno a cui la palla arriva tra i piedi, in una staticità disarmante, sonnolente. Poi ogni tanto c’è il lancio decisivo, spesso il penultimo prima dell’eventuale rete, e lì un minimo di brivido scorre. Non ci sono ormai più passaggi automatici, il giocatore che “sente” (e non vede) un altro arrivare, che segue l’immaginazione collettiva a cui il Maestro ha  dato vita… la segue e la passa nel vuoto, sulla corsa di qualcuno, come un atto di fede molto pagana. Corri ragazzo, corri su quella fascia, la palla arriverà, non devi aspettare di capirti con il tuo compagno, ognuno è l’altro e nessuno è se stesso… è il gioco che crea armonia e che farà arrivare la palla… come quando ti abbandoni nell’ascolto musicale e sai che arriverà quella nota, sempre uguale ma sempre sorprendente.

La musica non è qualcosa di impreciso e inafferrabile come ci vorrebbero far credere,  ma quel momento inspiegabile in cui cogliamo con maggiore esattezza e precisione un nostro sentimento senza poterlo spiegare, capiamo il motivo dell’espressione stranita di un amico che ci aveva amareggiato. La vita è un equivoco continuo, lo sperimentiamo tutti, “avremmo voluto dire”, “avremmo dovuto capire”, “mediare” e tutto questo rimuginare stanca… ci mettiamo a parlare perché speriamo di riuscire a rendere quello che pensiamo, ma il linguaggio ci riesce solo in parte. Il linguaggio è impreciso, confusionario. Anche quando parliamo con noi stessi rischiamo di fraintenderci.

Le parole del Maestro, invece, si rivolgono, sì, formalmente a qualcuno, ma in realtà sono parole selezionatissime, di più, parole intagliate nella pietra, incise per l’eternità, che si rivolgono a tutti e a nessun in particolare. Come se quelle parole riuscissero a farsi capire a chi ha orecchie per intendere, riuscissero a comunicare tramite intensità che superano l’impaccio della lingua, pur utilizzandola. Chi non è sintonizzato sulla stessa lunghezza d’onda è costretto a interpretarle, mentre chi lo è le afferra con un’intuizione e sa che non potrebbero essere state diverse da come il Maestro le ha pronunciate. Maestro che, per comunicare, usa il silenzio, cose non dette che pesano più di quelle dette, lacune eloquenti; ma si può far parlare il silenzio solo se si scelgono con cura ascetica le parole, se le si dicono come se fossero intagliate nella pietra. Una squadra deve immaginare insieme, deve sognare insieme, deve avere fede in quello che fa.

Eraclito si ricoprì di sterco di vacca dandosi fuoco, Empedocle si tuffò nell’Etna, gli Stoici si esercitavano a trangugiare pietre, vermi, schegge di vetro e scorpioni e ad essere insensibili alla nausea ma ormai il feticismo del risultato ha rovinato tutto e la rete non è altro che la scusa per mostrare la maglietta con un messaggio provocatorio, alla propria compagna, al proprio figlio. Ma scriveva qualcuno: “Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me”. Il calcio sì, è un rito di una fede pagana in cui, però, il monoteismo la fa da padrone. Purtroppo. Allora rivendico la possibilità di tifare una squadra una giornata di campionato e un’altra la giornata successiva… in un’azione una squadra e un’altra squadra nell’azione successiva. Nel paganesimo il Dio ha bisogno degli uomini, la sua esistenza ne dipende materialmente e, per fare un esempio, abbandonare un altare significa abbandonare il Dio stesso. Così se qualche allenatore o dirigente distruggesse il gioco della mia squadra cambierei subito squadra, legittimamente. Abbandonare uno stadio, svuotare gli stadi significa assassinare un Dio, uno dei tanti, quello del pallone.

Si dovrebbe pensare alla squadra come ad un performer collettivo, un acrobata che ha il dovere di offrire la migliore prova possibile. Una squadra non esiste al di fuori dello spettacolo che in quel minuto mi mostra, delle idee che inventa, della bellezza che mi regala: le bandiere servono per legare strette le spoglie dei figli della guerra che erano partiti per un ideale, per una truffa, per un amore finito male. Così canta De Andrè, non prima di aver aggiunto un dettaglio importante: le bandiere erano tenute strette perché sembrassero intere.

Entusiasmo, in greco “avere un Dio dentro di sé”. Ecco, tutti dovrebbero pretendere di essere entusiasmati da una danza combinatoria di gesti, intuizioni che formano delle linee immaginarie, un quadro sempre in movimento, Zeman è un “inventore di spazi” scrive Gianni Spinelli, come i passi di un ballo latino… ma oggi i muscoli sono contratti e la performance è orribile. Vi immaginate un acrobata che cammina, senza protezione, sulla classica corda tesa sul vuoto ma che, invece di mostrare un aristocratico distacco dal rischio che sta passando, contorcesse il viso, tirasse fuori la lingua in cerca di concentrazione e si dimenasse in modo scomposto e ridicolo? Se l’acrobata non mostrasse di tentare il salto mortale lontano da terra con quella nonchalance di un sorriso dopo il salto mortale e quello sguardo tranquillo durante il volo, saremmo circondati, come siamo, da tanti  Mazzarri di turno. Questa nonchalance è una lezione di morale. E allora perché queste continue proteste contro l’arbitro che segnalano una profonda mancanza di autostima, di fiducia nelle proprie capacità? E allora perché Juan Jesus, Rolando e Ranocchia, orribili figure intente a picchiare? perché queste difese a 5? Un’onta per il vero calcio, oggi estinto. Cadere dalla corda senza protezione non sarebbe mai un’onta! Perché l’acrobata rischia sulla propria pelle con l’obiettivo di produrre fibrillazioni negli spettatori. Se non potete sbagliare non potete fare alcunché, diceva qualcuno. Mentre il calcio è ormai privo di qualsiasi propensione al rischio. Incassare reti è considerata una vergogna, nessuno si erge più a portatore di un’idea di gioco, perché è rischioso, perché nessun allenatore vuole prendersi la libertà di sbagliare qualche partita per costruire qualcosa di grande. Pensano al proprio orticello di allenatore, a non perdere più di due partite consecutive, a recriminare sui giocatori che hanno e non hanno, a farsi fare la squadra da qualcuno, a farsi amico dei giocatori così “daranno il massimo” e “diventeranno un gruppo”. Non allenatori, ci mancherebbe, ma giocatori che hanno appena appeso le scarpette al chiodo...sarebbe, al limite, più sensato nominare allenatore un giocatore della squadra, un Iniesta, un Pirlo.

Ormai non si sente più il bisogno di un maestro, nello sport, nel calcio, ognuno se la cava da solo, impara a leggere e pensa di poter sapere tutto, di poter imparare tutto da solo dai libri e non sa che le cose più importanti si imparano con una pratica di apprendimento sul campo, una pratica in cui il maestro ha sempre un ruolo insostituibile. Non si riesce a scamparla con le massime da baci perugina, non si apprende niente neanche dalle più belle massime se non c’è un maestro che te le configge al momento giusto nell’anima, quando meno te lo aspetti, nella situazione in cui quella massima ti trafigge come un coltello nella piaga e che grazie a questo ti fa migliorare. Il gioco ridicolo, parrocchiale, tirchio, avaro di idee e coraggio di questa serie A non può non andare di pari passo con la catastrofe etica dei protagonisti tutti e dell’ambiente. Il bello, nelle filosofie antiche, era collegato al bene e al vero.

E allora bisognerà scriverlo questo libro su Zeman, dal titolo: L’etica del bello. Ma prima di scriverlo, aspettiamo di vedere un film già visto, quello che un signore nobilitato dalle proprie pubbliche debolezze, ci ha già raccontato, parlava del Dio pallone e del fango delle scommesse, e credo che uscirà nelle sale prossimamente, perché ci sono altre storie da raccontare.