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L'ELOGIO della FURBIZIA fra QUALUNQUISMO e GIORNALISMO SPORTIVO

26.11.2014 ZEMANlandia433

L'ELOGIO della FURBIZIA fra QUALUNQUISMO e GIORNALISMO SPORTIVO

di Enzo Follieri

Ultimamente Cucci quando parla di Zeman ripete sempre il termine "qualunquismo pedatorio" o qualunquismo tattico. Probabilmente non sa nemmeno lui cosa vuol dire, perché è più facile dare del qualunquista ad un giornalista anche se sportivo che ad un allenatore non per le sue idee, ma per il gioco che fa fare alle sue squadre. Il qualunquismo nasce nel dopoguerra dal giornale e movimento politico "l'uomo qualunque" che proponeva una forma di stato burocratico senza la presenza di partiti e di ideologie. Con atteggiamenti di disprezzo e di distacco verso i problemi sociali in nome della presunta difesa degli interessi comuni.

Quel termine in seguito è stato usato per definire coloro che hanno una visione politica e sociale confusa e povera di contenuti ideali e culturali. Ad esempio un gioco qualunquista, se proprio vogliamo avventurarci in questo discorso che solo una mente come Italo Cucci poteva partorire, è un gioco senza né capo né coda, un gioco senza idee, come ad esempio quello delle squadre di Mazzarri o di Lippi, squadre che notoriamente giocano “alla cacchio di cane”. Memorabile a questo proposito fu una famosa battuta sulla rubrica Samarcanda fatta dal trio della Gialappa’s Band, testualmente "Sacchi è un allenatore famoso per le sue squadre che giocano a "zona", Trapattoni è altrettanto famoso per le sue squadre che giocano a "cazzo". Era solo una battuta, Trapattoni se la prese tantissimo, poi fece la pace col trio irriverente, fatto di una comicità unica per il tempo. Oggi parafrasando quella "verità" sotto forma di battuta irriverente, si potrebbe dire "Beppe Viola è stato un giornalista famoso per la sua ironia e per l'argomentazione forbita delle sue idee, Italo Cucci è altrettanto famoso per le sue cazzate".

Un gioco alla Sacchi o alla Guardiola o alla Zeman hanno un contenuto, un’idea, in campo ognuno sa quello che deve fare, senza distruggere il gioco avversario ma imponendo il proprio. E se Italo Cucci non conosce l'evoluzione del calcio, la sua crescita esponenziale dal calcio danubiano di Kovacs fino al perfezionismo del “calcio totale” di Michels, se non ne ha studiato le tecniche ed i movimenti e la sua stessa storia e si rifugia in un vecchio calcio stantio e catenacciaro, dimostra giornalisticamente parlando un qualunquismo di fondo, del tipo "l'importante è vincere "ed il gioco e le idee passano in secondo piano.

Italo Cucci si sforza di imitare Gianni Brera senza averne lo spessore giornalistico e culturale. Vabbè che Gianni Brera definiva Zeman e Sacchi due pazzi perché giocavano senza libero, ma la sua cultura calcistica, a parte i suoi gusti catenacciari, era di un altro pianeta. Per chi si volesse cimentare lui lanciò la teoria del "plus-calore" parafrasando Marx nella teoria del "plus-valore". Il plus-calore, secondo Brera, consisteva nel fatto che nell'800, agli albori del calcio, solo i ricchi potevano giocare al calcio in quanto potevano permettersi le bistecche e quindi le calorie.

Ma Brera era lo stesso che enfatizzava l'anticalcio, per lui il risultato perfetto era di zero a zero. E si perdeva nell'elogio della furbizia applicata al calcio con ogni mezzo. Amava, con un bicchiere di vino e la pipa in bocca, ricordare aneddoti antisportivi, come quello che riguardava il suo vecchio e caro amico Rocco, che fece grande prima il Padova e poi il Milan,  in un episodio in cui nel Padova invitava un calciatore a "tocare" un forte giocatore avversario, Sergio Campana (futuro avvocato dell'assocalciatori), per intimorirlo. Infatti il suo difensore entrò fallosamente al primo contatto e stese malamente il giocatore indicatogli dal buon Nereo. "Te go dito de tocarlo no de coparlo", fu la reazione di Rocco. E Brera lo raccontava con la risata tipica dell'Italiano furbo che ne aveva fatta una grossa. Questo era il calcio di Brera, questo è il calcio per Italo Cucci, un calcio senza valori, senza idee che ha caratterizzato la storia di un popolo e della sua antropologia. Questo è il vero qualunquismo applicato al calcio.

Nel calcio Italico la cultura imperante è la furbizia, che distrugge il gioco avversario in attesa del momento opportuno, per colpirlo in contropiede. Non un gioco quindi, ma un anti gioco, fatto anche di furbizie e di slealtà, come quella testé descritta. Elogiare la furbizia non ha nulla di nobile, in quanto, se la furbizia parlasse di se stessa - come la follia nell'opera di Erasmo da Rotterdam "elogio della follia" - non ne parlerebbe bene, al contrario si vergognerebbe di se stessa, per aver fraudolentemente danneggiato un individuo. E forse Giove - che pensò di mettere una dose di follia piuttosto che di ragione nell'uomo, anzi nella donna, per compiacere il proprio uomo - metterebbe una dose di saggezza nella testa di chi si vanta di un sotterfugio, di una furbizia e di una slealtà.

E non è un caso se un uomo di valori come Arrigo Sacchi (dichiaratamente estimatore di Zeman) nell’affermare "per superare la crisi, dobbiamo smetterla di considerare la furbizia una virtù e l'arrangiarsi un'arte: il perfezionismo deve battere il nostro pressappochismo radicato" e ancora “bisogna dimenticare furbizia, affarismo, scorciatoie e compromessi altrimenti siamo out", ha di fatto ammonito tutto un Sistema ed i suoi cortigiani.

Competere con lealtà, con un'idea di gioco e di spettacolo e non essere schiavi del risultato sono insegnamenti decubertiani, che discendono dai valori di etica nello sport come nelle azioni della vita, un alto concetto educativo, di rispetto dell'avversario e di ricerca del bello nel gesto di un atleta, tutto il contrario del qualunquismo e del Moggismo applicato al calcio.

Qualunquismo e Moggismo, rappresentano i connotati culturali di un giornalista piccolo piccolo. Lo stesso che anni fa, ad una festa dell'Unità di Bologna, in un dibattito su calciopoli attaccò la Juve e condivise la sentenza che la vide in serie B con 30 punti di penalizzazione. Era in una piazza direttamente colpita da calciopoli, come le intercettazioni successive dimostrarono. Dopo qualche giorno, con enorme stupore di quel pubblico della festa dell'Unità, alla Domenica Sportiva Italo Cucci, con un triplice salto mortale, sostenne che le sentenze non si commentano e che era stata esagerata nei confronti della Juve, l'unica a pagare. A questo punto chi lo sentì condividere la sentenza alla festa dell'Unità, pensò di aver sentito male o alla festa o alla tv, ma poi probabilmente concluse che il buon Italo era sulla strada della regressione senile. Invece no. Il buon Italo era lucido, e sapeva quel che diceva, o meglio sapeva cosa faceva, quel che diceva era irrilevante. Infatti dopo qualche giorno lo ritroviamo in un paesino della Romagna a presentare l'ultimo libro di Moggi, ripreso dal tg3 regionale mentre enfatizzava sul libro e sull’autore ovviamente rimangiandosi le parole di condanna sulla Juve.

Ecco, queste “giravolte” denotano la pochezza di idee, confuse solo all'apparenza, ma in realtà hanno un retropensiero di furbizia e di servilismo verso il potente, il più forte, il più furbo, al di fuori delle regole e delle leggi che regolano la convivenza civile di un popolo, nella vita sociale e nello sport. Esaltare e praticare queste furbizie non è solo qualunquismo, si è pedine consapevoli di una macchina che muove migliaia di miliardi e trasforma tutti in merce: calciatori, allenatori, giornalisti. Lo sport è un prodotto di consumo, è una merce; e la merce deve essere accattivante affinché la compri il consumatore finale. Secondo Marx la merce "a prima vista sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici". La merce, forma elementare della ricchezza di una società capitalistica, per Marx prima dello scambio è innanzitutto un "valore d'uso", un oggetto utile che soddisfa i bisogni umani di qualunque specie. Ma la merce è depositaria anche di un valore che permette il suo scambio con una quantità di altre merci.

Dunque il fruitore paga questa merce con l'acquisto di un giornale, del biglietto allo stadio, dell'abbonamento alla tv, soddisfacendo un proprio bisogno. Questo bisogno va alimentato, egli ha acquistato il prodotto finale, lavorato e pronto per il consumo. Ma prima c'è lo scambio delle materie prime, la vendita dei calciatori, lo scambio dei calciatori, lo scambio dei giornalisti sportivi che amplificano il fenomeno di consumo, da un giornale all'altro, da una tv all'altra, il costo della pubblicità come le rappresentazioni guerresche degli eventi alla Caressa, o le analisi sconclusionate di Mauro che l'etere fa passare come irriverenti provocazioni finalizzate all'audience, fino allo spettacolo puro che di giornalismo non ha nulla, né in termini culturali, né specialistici, fatto da commentatori a gettone e subrette d'avanspettacolo. Il costo di questo prodotto, l'elaborazione e la vendita presuppone una componente che altre merci non hanno.

Ad un tipo di pasta si chiede qualità, nei suoi ingredienti e nella sua lavorazione. Non le si chiede di vincere un campionato. Al massimo un Brand può sponsorizzare un evento sportivo o una squadra di campioni, diventando più appetibile commercialmente parlando, al consumatore finale. Nello sport il prodotto non è solo l'evento, il gioco, la partita. Nello sport è la vittoria, la merce più costosa ed è una merce che si alimenta solo con la vittoria e si vende solo con la vittoria. Di qui nascono le scorciatoie del doping, della corruzione e della frode, per perseguire la vittoria a tutti i costi. Quando si trasformano gli uomini e le donne in merce il prodotto finale non è un prodotto che abbia dei valori, costruito con l'eticità ed il rispetto delle regole. É un prodotto malato, marcio, guasto, che intossica il consumatore finale, che non costruisce valori, che non educa i giovani, che li spinge verso l'illecito, perché il risultato finale è un gigantesco e planetario illecito.

Zeman in una mattina assolata di piena estate lanciò il suo grido d'allarme contro l'uso spropositato dei farmaci nello sport e anche nel calcio, successivamente contro il doping finanziario e delle "gestioni "dei campionati. Da allora quel sistema, che vende il prodotto di una merce che fattura migliaia di miliardi, gliel'ha promessa, dapprima esiliandolo e poi denigrandolo. Benitez sabato ha detto che Zeman aveva ragione al 100% nelle sue battaglie e per tutta risposta le retroguardie hanno ragliato, prima Mauro con le sue tesi sconclusionate, poi Italo Cucci con altrettanta sconclusionatezza. Zeman a Napoli ha compiuto col suo Cagliari un’impresa, per quella impresa è stato messo culturalmente sotto processo. Addirittura Cucci è arrivato a dire che Zeman ha vinto a Napoli con un micidiale contropiede. Eppure basterebbe rivedere i tre gol, il primo dopo aver costretto in area il Napoli per dieci minuti, il secondo su calcio piazzato dopo un avvio di secondo tempo spettacolare con otto uomini nella metà campo avversaria, il terzo con un pressing asfissiante sui portatori di palla nell'area del Napoli. Insomma un concentrato di calcio moderno di forcing e pressing allo stato puro, con tagli, verticalizzazioni, dai e vai, di altissimo livello conclusi con passaggi filtranti e finalizzati in rete. A questo punto non è solo qualunquismo né un'altra visione di calcio, questo è un attacco sconsiderato e privo di verità al limite della malafede.

Questa è l'altra faccia del prodotto, il veleno, la polemica, il nemico. Dare un nemico in pasto al consumatore finale per alimentare il fenomeno e intossicare le Domeniche, ogni "Maledetta Domenica". Ora forse i nemici sono due, Benitez già criticato dal "prodotto calcio Italiano", per il suo gioco e le sue "difese" oggi lo è anche per aver difeso Zeman, infatti Moggi ha esternato nei suoi confronti: "invece di sparare minchiate pensasse alla sua difesa". E qui colui che ha gestito secondo i giudici in maniera fraudolenta il calcio Italiano negli ultimi lustri e secondo alcuni in parte lo fa ancora, è uscito allo scoperto, per cui Mauro e Italo Cucci hanno perso l'ennesima occasione per tacere. Moggi, col suo sprezzante sarcasmo, non ha sempre bisogno di adulatori per lanciare proclami o “minchiate”, come le chiama lui.