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La coscienza di Zeman

29.01.2013 olivierobeha.it


di Oliviero Beha
Il calcio è stanco, senza regole e senza etica. Zdenek, vocione mitteleuropeo nel deserto italiota, dice il vero, ed è questo che gli sarà fatale. Perché non vince abbastanza per poterselo permettere

Due tesi di base: si gioca a calcio molto di più ma anche molto peggio di anni fa e sia in campo che fuori l’Azienda Pallonara è assai meno credibile e presentabile che in passato. C’è insomma una china lungo la quale sta rotolando sempre più rapidamente il calcio giocato e quello organizzato, sostituiti da quello televisto e da quello parlato.

Ora, se il prodotto della principale Industria del tempo libero degli italiani (nonché tra le prime 10 del Paese pur nella sua anomalia) deperisce vistosamente come spettacolo e come organizzazione, dal punto di vista dello standard economico e dell’immagine generale, forse c’è qualcosa che non va. Molto di quello che non va lo tira fuori, spesso a silenzi parlanti e fumanti, la cosiddetta “coscienza di Zeman”, un po’ Vicpaleck e un po’ Italo Svevo, una tradizione famigliare di stampo anche juventino con lo zio, un atteggiamento culturale mitteleuropeo che lo distingue da chiunque altro nel settore.
Adesso pare che lo vogliano cacciare, sia la società che i tifosi (non tutti, proporrei un referendum…). Pochi punti, molto gioco, attacco senza paura ma spesso senza equilibrio, non si pareggia 0-0 ma casomai 3-3 perché pali o sfortuna hanno impedito un abituale 5-5… Insomma, dati alla mano e soprattutto in un calcio così un esonero potrebbe starci tutto. Dunque, si obietta, attacchi Zeman? Al contrario, amo la sua fenomenologia e lo difendo persino tatticamente cioè in quelle alchimie dispositive in cui troppo spesso le sue squadre hanno mostrato la corda (del risultato, mai dell’enfasi futbollistica). Figuriamoci se non lo difendo ai vari livelli in cui si esprime, in pubblico e in privato, fino all’ironia di genere tottesco della pubblicità di un’auto che ne celebra la esuberante laconicità. Dicunt: ma Zeman parla chiaro, va al cuore delle cose e di un calcio malato (cfr. sopra…), non ha paura di scatenare polemiche ecc.
Insomma, “dice la verità”, definizione che parrebbe contenere un errore concettuale perché dice quella che lui ritiene essere la verità e lo fa senza schermi dialettici difensivi. Eppure tutti sanno che è la verità, quello che pensa e dice Zeman, solo che ne evincono che “la verità non si può dire” con il sottinteso che per dirla devi essere abbastanza forte per farlo e quindi vincere in proporzione. Così sembra un cane (una Lupa…) che si morde la coda. Ma chi sono gli altri, quelli che obiettano su Zeman? I dirigenti? Quali? Un po’ tutti, è il mondo del calcio che si rivolta se Zeman parla perché “smonta il giocattolo”. Se potesse, lo farebbe in senso proprio come ai tempi del mitico Foggia, allenando anche i campioni o similcampioni superpagati (cfr. la prima tesi di questo articolo) come se fossero dei ragazzini, senza pensare all’usura o all’amministrazione della carriera. Giocare per giocare, come se l’Olimpico fosse la strada di una volta…
Naturalmente i campioni o similcampioni solitamente non ci stanno, ma quando uno lo fa (cfr.il Totti di quest’anno) esce ringiovanito dalla cura. E l’avrebbe fatto anche De Rossi, Capitan Futuro, se la società non lo avesse preso in giro con un tiramolla nei confronti dell’estero per far rientrare un po’ di capitali, voglio presumere tutti alla Roma… Ovviamente anche il fardello De Rossi è stato addebitato a Zeman, che casomai ha il torto di essere venuto alla Roma “per l’ultima grande chance della sua carriera” troppo poco zemaniano nel tratto, troppo condiscendente con chi lo ha preso come foglia o ramo o tronco di fico. Adesso il ds Sabatini dice pubblicamente che “l’esonero è possibile”.
In un calcio decente (cfr. la seconda tesi di questo articolo…) sarebbe casomai Zeman ad esonerare Sabatini. Come nessuno, nella dirigenza calcistica italiana, si potrebbe permettere di frantumare il boemo e il suo cristallo calcistico prendendolo in giro. Invece accade, perché il calcio nostrano, quello che va tanto male, è quell’altro, dove Zeman poco ci azzecca. Zeman che vuole regole, Zeman che chiede codici etici, Zeman che vuole il gioco per il gioco ma anche contesti accettabili in società che lo producano. E invece all’opposto di tutto ciò ci sono le solite polemiche arbitrali, e la galleria di personaggi da Crozza live che insistono nel frusto copione. Adesso l’arbitro Guida “ha esagerato”, è perfino di Torre Annunziata… penalizzando la Juve, e il trio lescano Agnelli-Conte-Marotta sono andati giù pesante, il presidente difendendo i due dipendenti con uno stile lievemente difforme da quello del nonno, il duo da campo e da mercato sbroccando e venendone rimeritati dal giudice sportivo con un po’ di squalifiche, Bonucci e Chiellini compresi.
Così, tanto per riguadagnare uno straccio di autorevolezza invece ormai smarrito da un pezzo. Quella degli arbitri è una sceneggiata continua, non in campo dove fanno solitamente ciò che loro conviene o “ciò che si sentono o non si sentono” in quel momento come volgarizzerebbe Conte, ma fuori, negli uffici dell’Associazione Italiana Arbitri tanto male in arnese e in quelli della Lega di A dove in tre-quattro fanno e disfano, e in quelli della Federcalcio dove fioriscono le mummie nella conservazione dei loro sarcofaghi di potere.
Loro sono responsabili del degrado del pallone, perchè evidentemente sta loro bene così salvo quando qualcuno per qualche motivo “si distrae” ed esce dal seminato, per rientrarvi – vedrete – quasi subito (il tal modestissimo Guida non arbitrerà più la Juve per tutto il campionato…). E’ un pallone sgonfio, senza coscienza. Quella di Zeman è soltanto un fastidio da rimuovere mentre il calcio rotola come un barattolo.