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I BAMBINI CI GUARDANO

22.05.2014 ZemanLandia433

I BAMBINI CI GUARDANO

di Enzo Follieri e Silverio Zanobetti

É un delitto, usare Topolino per veicolare uno stereotipo denigratorio nei confronti di una persona pulita come Zeman.

Zeman é l'icona riconosciuta del calcio pulito.

Le tifoserie avverse come quelle di Cava de’ Tirreni, quando allenava il Foggia, dell'Inter e del Napoli quando  allenava la Roma, gli hanno dedicato striscioni con una cornice di applausi di tutto lo Stadio, quale tributo all'uomo che pagando di persona, con la propria carriera si é battuto per un calcio pulito. Un calcio pulito significa un calcio senza doping, senza giocatori che si ammalano di SLA e di altre malattie invalidanti , fino alla morte.

Mai nessuna tifoseria ha omaggiato con striscioni ed applausi (a meno che non si trattasse di ex), un allenatore avversario, non è mai capitato a Conte, non é mai capitato a Lippi, non é mai capitato a  Capello, a tutti quegli allenatori considerati vincenti, vincenti in quelle squadre di "calciopoli" condannate per corruzione dell'intero sistema, per aver corrotto designatori, arbitri e guardalinee.

Solo da parte dei delinquenti accertati sono venuti gli attacchi a Zeman , da condannati e da pennivendoli  a gettone in cambio di "Rolex " e di cravatte "Marinella". 

Per  Zeman si sono scomodati Cantanti di successo, Scrittori e Registi, lodandone le doti e creandone un mito. Per restare in tema di disneylandia fu coniato il termine ZEMANLANDIA, il gioco sopra tutto, lo spettacolo oltre la competizione, il bello (e l'onesto) contro il brutto (sporco, dopato, corruttore, corrotto, ladro, venduto, comprato) e cattivo. Un uomo capace di suscitare passioni autentiche, un uomo amato da Laziali e Romanisti nella stessa città, un uomo che porrebbe fine alla violenza col suo calcio, con la sua visione di bellezza e di spettacolo.

 Ma il sistema, il potere, hanno bisogno di violenza per poter veicolare uno sport sempre più parodia di una guerra, bomber, attacco atomico, bunker, cannoniere, sono i termini con cui ogni giorno siamo bombardati da ignoranti soloni del giornalismo sportivo, un giornalismo che si nutre di menzogna e di vergogne inenarrabili. Al soldo del potente e del piú forte, del dopato e di chi lo dopa.

Bisogna vendere un prodotto, questa è la regola del mercato, di un mercato senza regole, dove si usano i bambini per veicolare messaggi di massificazione violenta, il vincente contro il perdente e chi è perdente diventa un diverso ed un diverso viene deriso. Inculcare la competizione violenta nei cervelli dei bambini non é soltanto appannaggio di regimi totalitari, solitamente usi a dopare gli atleti con tecniche sopraffini, ma anche dei paesi cosiddetti democratici in nome di un mercato , dove i profitti sono di pochi ed i danni vanno divisi nelle comunità.

3(2) scudetti fasulli, sono quelli che la Juve mostra pubblicamente fregandosene dei regolamenti e delle leggi che regolano lo sport ed il calcio. “3(2) scudetti vinti sul campo” significa che, nonostante la revoca di due scudetti targati calciopoli, il potere del più forte, l'arroganza del fuorilegge, impongono le proprie regole fuori da ogni controllo, facendo dell'Italia calcistica una zona franca.

Dove sono i tutori della legalità? Bersani, Veltroni, Fassino, tre ex segretari del PD, che si sono battuti contro ogni illegalità, tacciono su questa macroscopica e violenta illegalità. Perché? Già, sono  juventini. Il campione é l'obiettivo da raggiungere a qualunque prezzo, col doping, la combine, uno su mille ce la fa, gli altri vanno buttati con i panni sporchi, sono sfigati nel migliore dei casi. Perdenti.

Questo vorrebbero insegnare ai bambini, utilizzarli come arma, per denigrare un uomo onesto, con la stessa logica con cui si armano i bambini in Africa, imbottendoli di cocaina e di colla per poi mandarli a combattere una guerra per i signori dei diamanti. Diamanti molto cari a tanti politici nostrani. La stessa logica che si vuol utilizzare manipolando il cervello dei bambini con falsi valori, di fantomatici e squallidi vincenti, contro presunti perdenti, da deridere schiacciare ed esporre a pubblico ludibrio. Topolino diventa un mezzo per veicolare messaggi diseducativi, pericolosi, violenti, messaggi di guerra e di competizione.

È bello e sarebbe bello immaginare Braccio di Ferro che mangiando i suoi spinaci invoglia milioni di bambini a mangiare di più a tavola per diventare presto grandi e forti. È bello vedere le mamme che utilizzano quell'immagine per spronare i bambini a mangiare, perchè anche essi possano avere i muscoli come Braccio di Ferro e sconfiggere i cattivi. Sarebbe brutto veicolare l'immagine di Braccio di Ferro che prende "creatina e voltaren", per diventare forte e muscoloso e fregare lo scudetto all'avversario definendolo "perdente" per poi deriderlo. Questo sarebbe imperdonabile.

Da oggi i genitori onesti, che combattono l’illegalità, che difendono la memoria di  Falcone e di Borsellino, quelli per intenderci che mostrano nelle manifestazioni l'agenda rossa, quelli che tifano Roma, partnership di sei anni con la Walt Disney, quelli che votano 5 stelle, duri e puri, dovrebbero stare attenti quando comprano un giornaletto di Topolino, (nella fattispecie il prossimo numero), edito da  Mondadori, il cui padrone utilizzava Dell'Utri per trattare con la mafia,  perché dentro quel giornaletto si nasconde la cultura che essi combattono. La stessa cultura di quei Sindaci che discriminano i Bambini meno abbienti, negando loro il pasto o il dolce. E Veltroni, Bersani e Fassino, dovrebbero proteggere i lori nipoti dalla propria Juventinità. Il male dei nonni non può ricadere sui nipoti.

Soltanto chi arriva primo vince. Vince sempre e soltanto una squadra e un allenatore. Gli altri sarebbero dei perdenti. E allora la domanda sorge spontanea: perché ci si accanisce con Zeman, perché non si fa dell'ironia sulle migliaia di altri allenatori gettonati e pubblicizzati (in cambio di cosa?) che non hanno vinto niente? La risposta a questa domanda è semplice: non riescono a capire come si possa essere dei “maestri” senza aver vinto niente. Quel “ma” a dividere le due frasi lo conferma: «Molti lo considerano un maestro del calcio, ma non ha mai vinto un bel niente».

La cultura del vincere con ogni mezzo (doping, corruzione, partite truccate, bilanci in rosso e società fallite) prende di mira Zdenek Zeman, e non centinaia di altri eccellenti “perdenti”, perché quest'ultimo è rappresentante di un'alta etica sportiva, di un'integerrima lealtà. È proprio questo il messaggio che passa attraverso le parole di questo fumetto. Secondo questo modo di vivere lo sport e la vita, la colpa maggiore non è quella di essere un perdente, quanto quella di essere un perdente che ha l'impudicizia di incarnare e diffondere un'alta etica sportiva e un'integerrima lealtà, di non prostituirsi alla cultura della vittoria con ogni mezzo.

Il modo di pensare che il bambino assimila attraverso questa fumetto di Topolino è lo stesso che investe l'esistenza di ciascuno. Non è più come in Freud ne “Il disagio della civiltà”: le psicopatologie del disagio contemporaneo non sono più dovute ai sacrifici (rinunce pulsionali) richiesti dalla civilizzazione. Oggi esse sono dovute all'elevazione della vittoria e del godimento a imperativo sociale. Farlo con i bambini è ancora più grave perché l'infanzia è il momento in cui il desiderio è sempre un po' eversivo, non si rassegna all'idea che l'unica libertà rimasta sia quella del consumatore di fronte a diversi prodotti sullo scaffale.

Ma chi divide il mondo in vincenti e perdenti? Le persone tristi ed esangui che non riescono più ad agire, ad affermare la propria differenza, che si limitano a subire e interiorizzare le dinamiche malate di una cultura sportiva totalmente assente. Persone che non sopportano la vita, la negano perché non riescono a sopportare la sua vivacità e pluralità. Non sopportano chi riesce a pensare ad altre regole del gioco, preferiscono costringere tutti nell'egualitarismo dei conformisti che consiste nel mettere tutti sullo stesso piano perché, in fondo, “nessuno riesce a non conformarsi alle regole e alle usanze di questa nostra cultura”.

Basta ricordare la frase di Buffon che alla domanda sulle presunte combine rispose: “Chi conosce il calcio e lo vive giorno dopo giorno sa cosa succede. In alcuni casi si dice meglio due feriti che un morto”. Buffon si rifiuta di agire la propria vita e sceglie di conformarsi ad un'usanza che, in quanto tale, secondo il portiere della Nazionale, dovrebbe già giustificarlo, in fondo “si usa fare così, perché dovrei prendermi la responsabilità di cambiare le regole”. Eh già, al posto di una morale creatrice di valori in cui “germoglia un trionfante sì pronunciato a se stessi”, Buffon preferisce, il modo di pensare più volgare, il modo di pensare del servo che si vergogna, senza saperlo, di essere quello che è.

Ed infatti il servo preferisce denigrare Zeman per la sua etica sportiva semplicemente perché non ha il coraggio di andare orgoglioso del suo stile di vita (moggiano o no che sia): vive per riflesso, come un parassita. La paura dell'impotente, di chi non ha il carisma per immaginare ed esporre le trasformazioni e i cambiamenti che vorrebbe, perché preferisce sentirsi accettato e basta, senza porsi il problema del valore del tipo di persone e del tipo di comunità in cui viene accettato. Ecco perché Zeman è un uomo solo nel calcio di oggi, ma non un uomo solo “contro tutti”.

Il servo è colui che intende la potenza come posta in palio e oggetto di riconoscimento. Sono un vincente soltanto se vinco le competizioni previste e messe in palio da una classe dirigente che non capisce (ed infatti ne è anche responsabile) che il calcio sta morendo, annegato nel business, nella cultura televisiva, nell'incapacità di diffondere una sana cultura sportiva fin dalle giovanili e nell'arretratezza tecnico-tattica rispetto ad altre nazioni (Spagna, Inghilterra e Germania su tutte).

Di solito per vincere le competizioni previste dal sistema sei costretto ad adeguarti al sistema stesso, ad un tipo di gioco mediocre, al giro dei procuratori amici, a sottostare a certe regole comunicative (la famosa tattica di Mourinho: diffondere veleno e tensione in modo da compattare la squadra “contro tutti”): il “vincente”, seguendo il modo di pensare del servo, è colui che non sa immaginare altra potenza, altre possibilità di sentirsi vivi se non quella decisa da altri, la messa in palio di un premio che incarna e rappresenta le regole e le usanze di una società malata.

Ma chi dispensa in tutta Europa ragazzi come Verratti, Immobile, Insigne, costruiti come calciatori e uomini da Zeman, non è un vincente? Chi ha il coraggio di pensare un “altro” calcio che porterebbe bilanci sani, ottimi giovani, stadi ripopolati, non è un vincente? Chi riesce a farsi applaudire dagli avversari non è un vincente?

Certo, non sono premi “in palio”, sono molto di più. Il vero vincente non deve per forza vincere, deve lasciare un segno irriducibile, deve inventare qualcosa di nuovo che cambia concretamente le nostre esistenze: cambiare il modo di fare calcio, cambiare il modo di parlare con l'avversario, trasformare il nemico in avversario, cambiare il modo di vivere lo stadio, il modo di usare i medicinali nello sport.

Sono idee coraggiose portatrici di una visione “altra” che crea qualcosa che non consiste in una posta in palio pensabile in anticipo. Questa visione “altra” non è assolutamente utopica: il modo di pensare e di lavorare di Zeman è assolutamente pragmatico ma non si tratta di un pragmatismo troppo angusto. L'infanzia costituisce la fertile fessura del pragmatismo, che lo rende meno arido, perché l'infanzia, libera dall'impellenza del lavoro quotidiano (dello stress permanente, dalla concorrenza spietata tra aziende, tra precari colleghi d'ufficio), permette una chance irripetibile, di liberarci sopra le cose in vista del nostro ideale.

Non bisogna far diventare un bambino adulto, ragionevole, un arido imprenditore di se stesso, indifferente a chi lo circonda, accecato dalla sete di una vittoria amara. Non permetteremo che qualcuno offuschi la bellezza fanciullesca del calcio ondeggiante zemaniano.

“E, proprio perché in ultima istanza siamo gravi e seri e piuttosto dei pesi che degli uomini, non c’è nulla che ci faccia tanto bene quanto il berretto del monello: ne abbiamo bisogno di fronte a noi stessi – ogni arte tracotante, ondeggiante, danzante, irridente, fanciullesca e beata ci è necessaria per non perdere quella libertà sopra le cose che il nostro ideale esige da noi”. (F. Nietzsche)