Chi siamo

Forum

01695357
Oggi
Ieri
Questa settimana
Nel mese
Lo scorso mese
Visite totali
134
342
1381
6405
10252
1695357
dal 30 marzo 2013

Non sarai dannato se sai perchè corri

13.06.2013 ZEMANlandia433

Non sarai dannato se sai perchè corri

di Silverio Zanobetti

La partita che torna più di frequente nei discorsi dei tifosi romanisti è quella di Firenze in Coppa Italia. E non è un  caso: trattasi dell’unica partita che non porta la firma di Zeman. Una vittoria non zemaniana che scalda così tanto le anime giallorosse perché arrivata dopo tanta sofferenza, attraverso un’impostazione difensiva tutta cuore e virilità. Di solito si riassume così: una vittoria “voluta” tutta volontà e sacrificio, senza fronzoli. La partita zemaniana si basa anch’essa su un grandissimo sacrificio ma, ed è questo che mi interessa, la squadra sembra volare con leggerezza. La levità divertita con cui i terzini scorrono lunghe linee immaginarie imparate a memoria maschera il sacrificio e la fatica del gesto, al terzino giusto “ci piace attaccare” e così le forze si moltiplicano. Al tifoso romanista piace invece il  gesto eroico maschio, che esibisce la propria forza bruta. All’uscita dello stadio il commento più gettonato è stato: “Come siamo cazzuti”. Ora, per chi ha dimestichezza con i tocchi di prima dei centrocampisti zemaniani, con i tagli degli esterni d’attacco sa che questi ultimi alleggeriscono e rendono dinamica la figura del rettangolo (di gioco), come l’ellissi restituisce la dinamicità assente nel cerchio. Mentre gli arieti romani sfondavano con veemenza bruta e pesante le mura delle citta nemiche, gli attaccanti zemaniani si intrufolano tra le maglie avversarie con quella agile abilità con cui i borseggiatori in tram sfilano impercettibilmente portafogli e orologi dalle tasche della gente.

Al fischio finale di quella orribile partita 11 centurioni alzavano al cielo il proprio scudo, in modo abbastanza ridicolo per un quarto di finale di Coppa Italia…ma forse tutto si spiega: erano felici perché avevano reso inutile il 4-3-3, credevano di aver battuto Zeman. Ormai a fine campionato i più furbi si stanno rendendo conto di aver battuto soltanto la propria dignità di professionisti. Noti opinionisti sportivi ammettono l’attualità della frase zemaniana datata 7 ottobre: «Vorrei che tutti pensassero alla squadra piuttosto che ai propri interessi». Oggi 13 giugno 2013 la figura di Zdenek Zeman è tornata in una sorta di strano limbo: a parte qualche raro caso per tutti i media romanisti Zeman ha fatto qualche errore, come qualsiasi allenatore è normale che compia e le cose che aveva detto si erano rivelate più che giuste. Ma non è mai stata presa in seria considerazione mediaticamente l’idea di rivederlo su quella panchina perché “la dirigenza non lo riprenderà mai”. Come se il problema evidente non fosse proprio la dirigenza, cosa nota e risaputa da media stessi ma, a quel punto si difendevano con un insignificante “mica possiamo andare a togliere noi la poltrona”. Già, insignificante, perché è una cosa banale che non puoi arrivare con le bombe carta ma dall’altra non dovrebbe impedire la critica feroce e lucida, senza ipocrisie o atteggiamenti di comodo (bisogna pur sempre camparci in futuro con la Roma, radio o giornale che sia, mica possono minimamente proporre Zeman): capirei le ingenue facce da schiaffi se fossero stati ipnotizzati da un Ancelotti, da un Mancini, da un Allegri. Come va a finire? Che prendono una ulteriore scommessa, un Garcia qualunque che, reggetevi, “fa il gioco di Zeman ma prende meno reti”. Sabatini l’ha detto ieri in una imbarazzante conferenza stampa a New York, in cui i giornalisti facevano domande ridicole perché sono inviati che non conoscono né Roma né il calcio (altra ennesima brutta figura): “Garcia è una sintesi dei nostri allenatori passati”…come a dire, il meglio di Luis Enrique e Zeman in un solo allenatore. Altro che Garcia, sarebbe stato sensato, ragionevole e salvifico (per le casse societarie, per i giovani, per la conoscenza della piazza e della serie A e per l’attaccamento alla maglia e alla città) riprendere Zeman. No, lui sicuramente no, perché è stato lui a mettere in piazza le malefatte dei giocatori e della dirigenza ai danni della AsRoma: quindi lui era sicuramente da escludere dalla lista dei possibili. Invece di dire questo e di fare 2+2, i media romanisti colpevoli (perché in silenzio) della corruzione tecnico-societaria preferiscono tornare ad illudersi e sperare di vincere al lotto con Garcia senza togliere il marcio interno a Trigoria: missione impossibile. Alla luce di ciò che è successo dopo la finale di Coppa Italia possiamo dirlo: quando Zeman parlava di mancanza di regole si riferiva forse anche a pratiche poco raccomandabili che imperversavano in società (è risaputo che gli stipendi non siano così regolari a Trigoria): riporto una parte di un articolo apparso su un giornale che non può permettersi attacchi gratuiti e senza fondamento, La Gazzetta dello Sport…« ma nel giro di pochi mesi abbiamo scoperto che si aggiravano i tetti sugli extracomunitari nel solito modo, ci si consegnava alle trattative con inquietanti procuratori come sempre, si annebbiavano le comunicazioni finanziarie finché possibile(sono scomparse, ad esempio, le indicazioni sugli stipendi di allenatori e calciatori».   (M. Cecchini, http://romanews.eu/it,a113464/Roma-Addio-Al-Grande-Sogno-Adesso-Uomo-Forte-Sabatini)

La vittoria di Firenze era “voluta”. Questo modo di rapportarsi allo sport è deleterio a lungo termine. Lo spirito zemaniano è caratterizzato da una saggezza materialistica, per cui la necessità (e non la volontà dell’individuo) la fa da padrona.  Lavorare e credere ciecamente in un’idea di calcio non astrattamente posta, ma concretamente costruita. Le stagioni zemaniane sono segnate da varie sconfitte consecutive e da altrettante serie di vittorie: il singolo calciatore non può spiegarlo, non può cambiare il trend. Via via che le vittorie si inanellano (5 vittorie consecutive quest’anno,; 5, 6  e poi 7 l’anno scorso con il Pescara) la squadra sembra sempre meno in balia dell’”io voglio”, sembra sempre più affidarsi a meccanismi che il corpo stesso ha assorbito. La volontà non è mai in gioco: la celebre frase "Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri" spiega bene che il “perché” si raggiunge ad ogni scatto sul campo a seconda della situazione. Certo, è possibile immaginarsi dei perché precostituiti: correre per smarcarsi, per tagliare la linea difensiva avversaria, per liberare lo spazio all’altro giocatore…  ma  questo è solo un modo impacciato per descrivere la complessità e le mille sfumature intrise di sensibilità che ogni singolo “perché” possiede. Il calciatore conosce il suo “perché” quando in quella determinata azione comincia a fare quello scatto, quel determinato movimento, non lo sa prima, a tavolino. Ecco perché non importa “dove” si corre: un certo movimento può essere fatto ripetere mille volte in allenamento (e rimane fondamentale farlo senza gastroenteriti opportuniste) ma è in partita che si trova il “perché” di quel movimento. In partita il giocatore “sentirà” quel perché, intuirà una “necessità”. Allo stesso modo il corpo intuisce l’abisso quando ci affacciamo da un balcone: sappiamo di essere al sicuro, ma la vertigine si impossessa del corpo con una necessità inesorabile.

Le lezioni che si imparano meglio sono quelle che hanno il volto della necessità, senza che siano possibili sgattaiolamenti. Soltanto attraverso un’umile disciplina di sé lo spirito è liberato senza accorgersene. In Spinoza si ha coincidenza di libertà e necessità. Il contrario della libertà non è la necessità, ma la costrizione.

“Io dico libera quella cosa che esiste e agisce unicamente in virtù della necessità della sua natura; è invece coatta quella che è determinata da altro ad esistere e agire per una certa e determinata ragione. Per esempio, Dio, per quanto necessariamente, tuttavia esiste unicamente in virtù della necessità della sua natura. E così, pure, Dio intende se stesso e tutte le cose in modo assolutamente libero, perché discende unicamente dalla necessità della sua natura che egli intenda tutto. Vedi dunque che io pongo la libertà non in un libero decreto ma in una libera necessità” . (B. Spinoza, Tutte le opere, ed. Bompiani 2010)

Telecamere negli spogliatoi, interviste durante l’intervallo, gossip continui che influenzano le prestazioni…Bisogna notare che la personalità, lo stile di vita e l’immagine dei calciatori è ormai a pieno titolo parte dello spettacolo in campo. Il senso di ciò che accade sul campo si costruisce sugli obiettivi e sugli schermi televisivi.  L’importanza dei diritti di immagine è ormai nota, ma che questo aspetto cominciasse a far parte del gioco stesso è cosa meno evidente. Balotelli è il prototipo di un nuovo calciatore che mentre gioca dialoga con il pubblico, sfida gli avversari inscenando uno spettacolino per le telecamere, si ha sempre la sensazione che effettui un tiro speciale per vedere la reazione del pubblico, che decida per un corpo a corpo perché è arrivato il momento giusto, un modo per inviare un messaggio a qualcuno. E così il gioco sarà sempre più imperniato su questi aspetti. Un certo tipo di calciatori saranno sempre più legati all’opinione ed è per questo che, al di là della ricchezza e della libera trasgressione che accompagna la loro vita, in fondo non faranno altro che obbedire alle logiche mediali. Preferiscono la dannazione, pur di essere al centro della scena. Il calcio è, e lo sarà sempre di più, agonismo dell’immagine. Arrivati a questo punto ogni tipologia di gioco equivarrà all’altra e gli allenatori si distingueranno solo per i loro metodi di comunicazione.